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Dalla filosofia dell’identità alla dissoluzione nel “puro esistente”
Col nome di “filosofia dell’identità” viene chiamato il sistema filosofico di
Schelling, il quale concepisce l’assoluto come fondamento dell’intera realtà. Un
“assoluto” che e’ identità di reale e razionale, soggetto e oggetto, spirito e
natura: più esattamente, è la radice comune che precede la successive
separazione delle suddette coppie di opposti.
Come tale si colloca al di là della distinzione tra soggetto e oggetto, in un
livello superiore e originario.
Il concetto dell’identità originaria di reale e razionale, soggetto e oggetto,
permea in un certo senso l’intera filosofia idealista e apre la strada ad una
interpretazione razionale della realtà che, fino agli albori del novecento,
troverà nella ragione il più potente strumento non solo di conoscenza ma di
auto-costruzione della realtà attraverso sistemi filosofici assoluti e
collaudati. Non a caso proprio Schelling chiama l’assoluto stesso “ragione”.
In questa filosofia l’arte ha un posto di rilievo. E’ oggetto teorico
privilegiato e assolutamente necessario, essendo lo strumento più adeguato per
cogliere l’assoluto come sintesi di spirito e natura, sapere e produzione,
infinito e finito. Come tale è la configurazione privilegiata del principio che
in essa si dispiega, il principio dell’assoluto.
Infatti, l’arte e la filosofia secondo Schelling non differiscono rispetto a ciò
che rappresentano, ma soltanto per il modo in cui lo fanno. L’arte, tramite la
bellezza, coglie l’assoluto nella sua realtà (come suono, colore, forma e
linguaggio), mentre la filosofia lo coglie nella sua identità: l’arte come la
filosofia non può non continuare a rappresentare, nella sua eterna evoluzione,
lo “spirito”-o “l’assoluto”- colto in immagine. È “l’unica rivelazione” perché,
nelle speculazioni idealiste e metafisiche, veicola la concezione dell’assoluto
come identità originaria di reale e razionale.
Ma una “filosofia dell’identità” così autosufficiente e assoluta vacilla quando
si presenta la questione fondamentale del “puro esistente”. Come si può,
partendo da un’identità che è indifferenza assoluta di finito e infinito, reale
e razionale, affrontare il problema della costituzione del finito in sé stesso,
il problema del “puro esistente”? Al punto in cui la “filosofia dell’identità”
si è spinta, tale problema sembra impenetrabile.
Arrivato a questo punto Schelling propone una soluzione che comporta la
revisione dell’intera problematica dell’assoluto come identità originaria. A
tale proposito è opportuno ricordare la sua distinzione tra una “filosofia
negativa” ed una “filosofia positiva”. Egli intende per “filosofia negativa”
quella da lui professata fino allora, ossia la speculazione intorno al “che cosa
universale”, vale a dire intorno all’essenza delle cose: per “filosofia positiva”,
invece, la filosofia che concerne l’esistenza effettiva delle cose. La prima si
occupa della possibilità logica delle cose, dell’idea di esse, la seconda della
loro esistenza reale, concreta. Il passaggio dall’una all’altra implica per
forza di cose “un salto e un rovesciamento”: un salto, perché si passa
dall’ordine dei concetti all’ordine della realtà: un rovesciamento perché la
ragione della filosofia positiva, avendo a che fare con la realtà, è capovolta
rispetto alla ragione della filosofia negativa, chiusa in se stessa nella
propria concettualità. Tra le due filosofie vi è una svolta decisiva che provoca
una vera e propria crisi.Le immagini che si connettono strettamente col passaggio da una speculazione
filosofica che vede nell’identità il principio assoluto di reale e razionale ad
un’indagine sullo statuto autonomo della realtà sono quelle di “stupore della
ragione” e di “estasi razionale”.
La ragione della filosofia negativa si rende conto che malgrado ogni suo sforzo
non riesce da sé a raggiungere la realtà, poiché i suoi movimenti sono puramente
concettuali: provando a pensare l’esistente riesce a coglierne solamente l’idea,
che in sostanza la separa definitivamente dalla realtà. È dunque la ragione che,
accertatasi che l’esistenza è realmente tale solo fuori del pensiero, appunto
per trovarla esce da se stessa. Essa si pone “uori da sé”, nel “puro esistente”,
e diventa estatica.
Il termine “estasi” va dunque preso nel suo significato etimologico, come
“ek-stasis”, “uscita da sé”. E lo stupore è il trauma della ragione di fronte
all’esistenza, ma insieme anche l’unico accesso all’esistenza di cui può
disporre.
Impotenza, mutismo, sottomissione, sono i tre aspetti dell’estasi, o della
ragione colta da stupore, di fronte a qualcosa di così inconsueto da essere
inconcepibile. “L’uomo comprende solo ciò a cui può giungere con un movimento di
pensiero”, che altro non è che la mediazione concettuale della ragione. Il puro
esistente, quindi, come qualcosa di insolito, eccezionale, rimane opaco, chiuso.
Così al mito romantico e idealistico di una coincidenza di finito e infinito, di
soggetto e oggetto, di realtà e razionalità, viene ora a sostituirsi una
concezione tragica del reale. Della realtà vengono colti gli aspetti meno
rassicuranti, tratti di ombre vengono ad annidarsi in tutto ciò che prima aveva
un aspetto familiare, o quantomeno inquadrabile e definibile. Ciò è dovuto ad un
mutamento di prospettiva, ad una riconversione dello sguardo: se il finito non è
solo un momento parziale dell’assoluto, ma ha una costituzione autonoma che va
considerate di per sé, di esso verranno in luce quei tratti mortiferi,
irrazionali e caotici che in una concezione solare e contemplativa come quella
metafisica andavano persi. La pretesa idealistica di rendere conto anche degli
aspetti irrazionali del reale in una totalità che comprendesse tutto si è
rivelata fallimentare. Essa ha operato una deformazione concettuale di aspetti
dell’esistenza che non sono propriamente concettualizzabili, che anzi si
sottraggono alla pretesa del concetto.
La tarda critica schellinghiana al sistema hegeliano, e insieme l’autocritica
riguardante la sua prima fase di pensiero culminante nella “filosofia
dell’identità”, giunge ad una sconfessione della pretesa della ragione, che ha
incontrato ogni cosa come familiare proprio in quanto essa non si volgeva
propriamente all’alterità, al puro esistente, ma si auto-svolgeva nel proprio
percorso concettuale. Ora, l’altro, l’esistente, si erge in tutta la sua opacità
e irriducibilità e la ragione deve denudarsi, ammutolire di fronte a questo dato
primario.
Questo momento dell’annichilimento della ragione non è però solo un momento
negativo: la defraudazione dell’onnipotenza del concetto viene ad accompagnarsi
ad un risorgere della vita colta nella sua sovrabbondanza e ricchezza, oltre che
nella sua estraneità, e delle tonalità emotive che accompagnano, rispecchiandola
in sé stessa, l’ambivalenza di un passaggio che è un dissolvimento e al tempo
stesso un emergere. L’uomo, non più sussumibile in un sistema, è ora un singolo.
Egli è già da sempre gettato in un mondo, ignaro della sua provenienza e del suo
destino ultimo, e immerse nelle relazioni concrete con gli altri e con le cose.
Le traslazioni concettuali non sono più l’unica forma di conoscenza: esse sono
statiche e non colgono un flusso cangiante dell’esperienza, che è invece sempre
dinamica, e che si offre in questi suoi caratteri alla percezione immediata.
Si riconosce l’essenziale storicità dell’uomo, la libertà che la
contraddistingue, libertà che si afferma in senso positivo ma che può annullarsi,
sempre esercitando se stessa, e divenire radicalmente distruttiva e auto-distruttiva.
L’angoscia è la particolare tonalità emotive spesso ricorrente in autori
fondamentali (Schelling, Kiekegaard, Heidegger, Freud). Essa implica una
nullificazione del mondo e di sé, ed una successive, se non contemporanea,
riconquista, riappropriazione. Consiste dunque in uno smarrimento esistenziale,
in cui tutto si fa “estraneo”, e ogni cosa familiare diventa “insolita”,
spogliandosi dei suoi caratteri di quotidianità: qualcosa si strappa, il tessuto
relazionale s’interrompe, e l’uomo, solo dinnanzi al nulla, assiste meravigliato
a questo collasso del mondo e di sé.
Questa paralisi, che è una vera e propria dissoluzione, conduce però al tempo
stesso ad un momento di riappropriazione, un ridare senso consapevole del
naufragio.
«Chi ha imparato in verità ad essere in angoscia, può andar per una sua strada
quasi danzando» . La nullificazione del mondo e di sé, l’angoscia in cui versa
l’uomo gettato nel mondo diventano parti stesse del suo corpo, una sua ferita
radicata e pulsante.
L’erotismo come un nuovo sguardo sul reale
« (…) Io penso in effetti, che il fatto di introdurre l’erotismo nella vita
fosse l’unica scusa per fare qualsiasi cosa.L’erotismo é vicino alla vita, più
vicino della filosofia o di altre cose del genere; è una cosa animale che ha
molte sfaccettature e che è piacevole usare, come si può usare un tubo di colore,
iniettarlo in quello che si produce. »
L’erotismo, nel pensiero contemporaneo, diviene un modo di reagire dell’uomo
verso la propria condizione esistenziale, disperata e sola. Ciò che viene messo
in gioco in esso è sempre una dissoluzione delle forme costituite. Comincia
appunto laddove il soggetto perde l’appiglio di quella ragione che l΄aveva fino
ad ora condotto e rasserenato. Esso è «l’approvazione della vita fin dentro la
morte» dove il respiro del passaggio all’assoluto sconfina nell’epilogo. In esso
la fusione fra vita e morte anticipa il sapore dell’oltre, ma le misure terrene
dell’uomo non lasciano tregua al sogno della libertà e allontanano le pulsioni
dell’essenza nella gabbia della convenzione. I termini “eros”e “thanatos” si
disgiungono in versanti opposti: talora l’istinto vitale, eterosessuale e
benevolo s’offusca
nella rabbia gridata dell’impluso naturale, profanato dal turbine del disagio.
L’azione decisiva con cui l’erotismo si esplica è quella del denudamento. L’atto
del denudarsi sancisce nell’uomo l’amara consapevolezza e resa davanti alla sua
misera finitezza. Nello stesso tempo ne ammette una disperata possibilità di
salvezza poiché solo dalla nudità egli si diparte per una riappropriazione di sé,
una ricostruzione interiore.
«La nudità si oppone allo stato di chiusura, allo stato dell’esistenza
discontinua. È uno stato di comunicazione, che rivela la ricerca di una possible
totalità dell’essere al di là del ripiegamento su se stesso». L’erotismo, oltre
ad avere la funzione di liberare l’uomo dai tirannici divieti della vita sociale
e comunitaria, lo riunisce alla sua vera dimensione
consentendogli di vivere i propri desideri, di ritrovare l’identità in una forma
fluida e dinamica. L’atto della riappropriazione del proprio corpo, il rientro
in quel luogo ferito e lacerato dalla condizione di ammutolimento e disincanto
dati dalla resa della ragione dinanzi alle proprie certezze è un atto violento,
di rottura.
Secondo Bataille i termini intorno ai quail orbita l’attuarsi della dimensione
erotica sono il divieto e la tragressione. Il divieto è ciò che regola l’uomo
fin nell’intimo, è la gabbia di norme etiche che lo rendono uomo e non animale.
È l’oggettivazione morale del timore nei confronti dell’assoluto e nei confronti
di Dio.
La tragressione al contrario è ciò che lo rende libero e animale, è l’atto di
rovesciare ciò che lui stesso ha creato, di sospendere il divieto senza
eliminarlo. Eliminandolo, infatti, egli ritornerebbe allo stato puro di natura e
tutti i suoi vacillamenti verso lo sconfinamento dei propri limiti,
nell’eccessivo piacere o dolore, e nella rappresentazione drammatica di questi
eccessi, vale a dire nella letteratura e nelle immagini dotate del potere di
sconvolgere, l’essere nella sua concretezza diviene accessibile.
L’opera d’arte incarna le due anime dell’erotismo in modo quasi perpetuo. Essa è
l’unione di “terra” e “mondo” di materia nuda, pulsante, e anelito
all’universale scavalcando i propri limiti.
Storicamente, l’elemento erotico, pur comparendo in tutti gli ambiti artistici
dall’antichità ad oggi, approda alla sua piena autocoscienza a partire dale
avanguardie. La rappresentazione dell’erotico serve anche ad urtare contro i
confini del benpensare dissolvendo ipocrisie e volgarità celate. Allo stesso
tempo, serve ad offrire la via ad una continua speculazione teorica intorno al
ruolo dell’arte, alla sua funzione, alla sua mercificazione, al suo essere
oggetto di osservazione. Si realizza come elemento di disturbo e rottura.
Per gli espressionisti è un grido di disperazione che libera le torbide pulsioni.
Il dadaismo ne usa il linguaggio per provocare schock e per dare importanza al
gioco, alla combinazione casuale di parole e oggetti, al non senso.
M.Duchamp ha evidenziato attraversandola in tutta la sua opera, l’apertura
semantica prodotta dall’erotismo, elevando l’anormalità, intesa come rifiuto di
qualsiasi norma ( e nell’erotismo ogni norma si dissolve) a pratica sia di arte
sia di vita. Si pensi a Etant donne’s: 1. la chute d’eau, 2. le gaz d’eclairage,
opera che consiste in una porta di legno consunta, dalle cui fessure, sbirciando
oltre, si coglie una visione parziale di una ragazza distesa nuda con una
lampada di gas in mano.
È la prima grande opera che raffigura consapevolmente il sesso femminile come
ferita erotica, come metafora di un nuovo dolente sguardo sul reale. Presagendo
quel definitivo crollo tra dentro e fuori, interno ed esterno, che tra la fine
degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta incarnerà il concetto di
abiezione. Secondo il quale la fuoriuscita di contenuti interni (come urina,
sangue, sperma, escrementi) diventa il solo oggetto d’interesse sessuale, perché
straripa dalla sua identità soggettiva, dal suo “foro interiore” . Marcel
Duchamp, nel corso della sua opera, ha così scelto la linea erotica come
rappresentazione. Perché il rapporto originario con il mondo si costruisce
attraverso il corpo, la cui dimensione fondamentale è data dall’esperienza
vissuta della percezione. Il mondo è ciò che si percepisce.

Marcel Duchamp
Etant donnés: 1º la chute d'eau / 2º le gas d'éclairage, 1946-66
Dissoluzione del tempo lineare e pulsione erotica in
Anèmic Cinéma
Nell’ Immagine-movimento e nell’Immagine-tempo scritti entrambi negli anni
ottanta, Deleuze riallaccia le sue riflessioni sul cinema alle concezioni di
Henry Bergson sulla natura del movimento e del tempo. Il tempo proposto dalle
scienze deterministiche è un susseguirsi ordinato e meccanico di eventi, cioé il
tempo è rigidamente determinato nei suoi passaggi temporali dal passato, al
presente, al futuro. Per la fisica, esso è un susseguirsi di fotogrammi,
analogamente alla pellicola cinematografica.Sosteneva Zenone, constatando che la
traiettoria di una freccia era come un insieme di istantanee ferme messe in fila
una dopo l’altra, che non esisteva movimento alcuno, poiché il movimento non può
generarsi dall’immobile. In effetti, sottolinea Bergson, la suddivisione
dell’azione in istantanee è un processo che la mente umana attua a posteriori
cercando di mettere in ordine una realtà che altrimenti sembrerebbe
incomprensibile. La nozione attorno alla quale ruota la rivoluzione bergsoniana
è quella quindi di durée, di durata. Il tempo percepito dallo spirito non
coincide con quello misurato dai fisici. La coscienza percepisce il tempo come
durata, vivendo nel presente le tracce del passato e del futuro: prolungando se
stessa in parte nell’uno, in parte nell’altro. Impossibilitata a definire in un
unico istante il presente, la durata della coscienza è dunque “il moto ondoso
del presente che, tendendo sempre e comunque verso il futuro, trascina con sé
qualche traccia del passato”. Deleuze esplora i due tipi di immagini connesse
all’arte cinematografica, spiegando come sebbene il cinema proceda per
fotogrammi, che sono porzioni immobili di tempo, esso ci restituisce un’immagine
media sulla quale il movimento è perfettamente modellato (imagine-movimento).
Rispetto al tempo, Deleuze lo concepisce quale direttamente rappresentabile
poiché l’immagine-tempo ha la facoltà di esprimere la natura del tempo, il
fuggevole, in una forma compiuta: ma la forma di ciò che cambia non cambia, non
passa. «E’ il tempo, il tempo in persona (…) Un’immagine tempo diretta che da a
ciò che cambia la forma immutabile nella quale si produce il cambiamento (…)» .L’immagine
filmica, come l’immagine poetica o artistica, non significa ma mostra. È quello
che Wittgenstein ha definito come il cogliere di colpo. «Non si tratta di una
scomposizione, un’analisi che arriva a cogliere l’essenza, qualcosa che sta
‘sotto’ o ‘dentro’, e che è comune a tutti i linguaggi, tutte le proposizioni
nel senso che ne costituisce la verità nascosta e fondamentale. Si tratta invece
di fare completa chiarezza di ciò che abbiamo sotto i nostri occhi, ciò che ci
sta davanti, ciò che parliamo, il linguaggio che abbiamo e che siamo. Non c’è un
nascosto che va portato alla luce, ma una chiarezza di ciò che effettivamente
diciamo e di ciò che effettivamente è il fenomeno [...]» . Il cinema è il
miglior trampolino dal quale il mondo moderno può tuffarsi nell acque magnetiche
e brillantemente nere dell’inconscio. «Già i dadaisti e i surrealisti avevano
concepito un’arte fondata sul frammento, lo choc, la sorpresa: il cinema porta a
compimento le loro intuizioni. Se le inquadrature colpiscono lo spettatore con
la stessa rapidità di uno schoc, ciò ha conseguenze rilevanti sulla struttura
psicihica[...]» .Realizzato in collaborazione con Man Ray e Marc Allégret,
Anèmic Cinéma esprime i concetti appena discussi. Nel film, Duchamp sperimenta
gli effetti ottici derivati dalla ripresa di alcuni dischi rotanti di sua
ideazione, battezzati rotoreliefs. I rotoreliefs esplicano il loro senso nel
movimento. Durante la rotazione la loro superficie perde la bidimensionalità
costitutiva e diviene una sorta di motore pulsante che ingurgita l’occhio di chi
guarda. Nel film, la regia si limita ad un piano fisso in cui si avvicendano
diciannove diversi rotoreliefs, di cui dieci ottici, recanti stampe di pattern
spiraloidi o illusionistici, e nove verbali, recanti alcune boutade “dada”:
Bains de gros thé pour grains de beauté sans trop de Bengué
L’enfant qui tête souffleur de chair chaude et n’aime pas le chou-fleur de serre
chaude Si je te donne un sou, me donneras tu un pairs de ciseaux?
On demande des moustiques domestiques (demi-stock) pour la cure d’azote sur la
Cote d’Azur
Inceste ou passion del famille, à coups trop tires
Esquivons les ecchymoses des Esquimaux aux mots exquis
Avez vous déjà mis la moëlle de l’épée dans la poêle de l’aimée?
Parmi nos articles de quincaillerie paresseuse nous recommandons le robinet qui
s’arrête de couler quand on ne l’ecoute pas
L’apirant habite javel et moi j’avais l’habite en spirale
Il tipo di movimento che caratterizza ciascun disco cambia da fotogramma a
fotogramma in modo da non consentire alcuna connessione logica tra l’uno e
l’altro. Ma,anzi, a tratti interrompendo il vortice in cui l’occhio è di volta
in volta rapito per gettarlo in una nuova nonsense interiore. L’ambiguità
prodotta dall’illusione dell’oscillazione dei dischi, che invece non sono che
superfici piane, riflette la doppiezza dei messaggi dei puns inscritti in essi:
«Something else happens when we begin to allow the puns to have their play. The
figurative meaning of "la moelle de l’epée"and "la poele de l’aimeé" over powers
the literal (non) sense. The reference to sexual intercourse could hardly be
more evident. Furthermore, once we recongnize its figurative character, our
reading of the other disks begins to reveal sexual allusions […] » . Il
riferimento alla sfera sessuale si produce dunque dall’alternanza di testo e
oscillazione a differenti velocità, convergenti nella nostra percezione come
atto sessuale immaginario.L’oscillazione dei dischi mette in atto una forma di
perturbante ovvero quella «sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da
lungo tempo, a ciò che ci è familiare» . Perturbante è tutto quello che sarebbe
dovuto rimanere segreto e invece è affiorato improvvisamente.Esso si coglie di
colpo, senza realizzarne i processi attraverso i quali avviene la percezione di
esso, perché noi siamo turbati nello stesso momento in cui siamo intenti ad
osservare. L’osservazione dei dischi in rotazione mette in moto le nostre
pulsionoi più remote e perverse. L’esperienza del vedere nasconde l’ambiguità
del linguaggio. Una volta letti ad alta voce i giochi di parole perdono il loro
significato, o almeno lo mutuano in un’altra sfera semantica lontana da quella
percepita dall’occhio durante la visione. Dissolvendosi in infinite possibilità,
nessuna delle quali definibile con certezza, essa diventa un campo aperto dove
l’occhio inciampa e cade. Duchamp si serve del moto rotatorio per scandire un
nuovo tipo di temporalità disegnata sulle pulsioni erotiche dell’essere umano.
Rivalutando il sogno, l’irrazionalità, la follia, gli stati di allucinazione in
una chiave già non più surrealista ma concettuale e ironica egli ricerca
l’essenza intima della realtà oltre la realtà stessa, per succhiare il midollo
della vita con sconvolgente sensibilità celebrando della vita stessa la
tangibilità sottesa ad oggetti banali e quotidiani. L’automatismo psichico,
connesso al movimento dei dischi, che mira ad esprimere il funzionamento del
pensiero al di là di ogni controllo cosciente ammette la sfera dell’erotismo
come sfera in cui si muove la piú intima tendenza dell’essere umano.
M.Duchamp, Anèmic Cinéma, Dischi inscritti con giochi di parole e disco ottico n.4

M.Duchamp, Rotoreliefs n.1,2,3,4,5,6, 1935. |
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| Disco ottico n.6 |
Disco con pun |
Rotorelief n. 3 |
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M.Duchamp. Anèmic Cinema, titolo di coda
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Cfr. Luigi Pareyson, Ontologia della libertà, Torino, Einaudi 2000.
Cfr. Friedrich W. J. Schelling, Sistema dell'idealismo trascendentale, Bari, Laterza 1965.
Cfr.S. Kierkegaard, Il concetto dell’angoscia, Milano, Fratello Bocca, 1950.
Cfr.Marcel Duchamp in Arturo Schwarz, The complete works of Marcel Duchamp, New York-London 1969.
Cfr. G. Bataille, L’erotismo, ES Edizioni, 2000 p.10.
cfr. Martin Heidegger, L’origine dell’opera d’arte in Sentieri Interrotti, Firenze, La Nuova Italia 2002.
cfr J. KRISTEVA, Poteri dell'orrore: Saggio sull'abiezione , Milano, Spirali 1981.
cfr G.Deleuze, L’immagine-movimento/cinema 1, Milano, Ubulibri 1997; L’immagine-tempo/cinema 2, Milano, Ubulibri 1989.
cfr G.Deleuze, in op.cit.,p. 154.
cfr Leonardo V. Distaso NON PENSARE, GUARDA!”WITTGENSTEIN SULL’IMMAGINE, www.kainos.it
A.Breton, 1896-1966.
cfr R.Principe, L’immagine surrealista e il cinema, in www3.unibo.it.
cfr Michael Betancourt, Precision Optics/ Optical Illusions, in Tout-fait, The Marcel Duchamp Studies Online Journal, 2003,
cfr S.Freud, Saggio sul perturbante, s cura di C.Musatti, Theoria, 1984. |
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