1. L'odissea dei Rammendi
1a. Tre Rammendi Tipo
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| Figure 1 |
| Marcel Duchamp,
Three Standard Stoppages, 1913-14 |
E' già stato ampiamente discusso dagli studiosi il fatto
che la procedura operativa descritta da Duchamp per la realizzazione dei
Tre Rammendi Tipo (1913-14) (Fig. 1) non sembra essere attendibile.
L'evidenza sperimentale fa infatti escludere la possibilità di ottenere
qualcosa di simile ai Rammendi di Duchamp. Non solo, ma una ispezione dell'opera
esposta al MOMA ((Museum of Modern Art in New York City) evidenzia delle
imbastiture sul retro delle tele di supporto, che definitivamente sembrano
escludere quanto descritto nella celebre nota della Scatola Verde. Tutto
questo è accuratamente documentato da Shearer & Gould (1999), i
quali tuttavia precisano anche l'insistenza con cui Duchamp, esplicitamente
intervistato a proposito, conferma la veridicità del contenuto della nota.
In questo primo paragrafo intendo presentare alcune considerazioni sull'argomento.
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| Figure 2 |
| Marcel Duchamp,
Tu m', 1918 |
Una semplice misurazione mostra che la distanza (in linea
retta) fra i due capi visibili di ciascuno dei tre Rammendi è costante.
Ciò è evidenziato anche dal fatto che in Tu m' (Fig.
2), di cui parleremo più avanti, Duchamp presenta i Rammendi accuratamente
appaiati, capo contro capo. Ora, è assolutamente improbabile che tre fili
che cadono liberamente si dispongano mostrando tre volte di fila la stessa
distanza da un capo all'altro. Ciò sembra confermare una volta di più
l'impossibilità pratica di ottenere un risultato come quello presentato
da Duchamp seguendo le istruzioni della nota della Scatola Verde.
Tuttavia, se Duchamp sostiene caparbiamente di essersi
attenuto a quel protocollo operativo, questa insistenza deve farci riflettere.
E' vero che la sua opera è disseminata di tranelli e di ambiguità volutamente
fuorvianti; tuttavia usualmente Duchamp opera in modo che siano i nostri
sensi ad ingannarci, e non le sue parole; in altri termini la sfida che
egli ingaggia con l'osservatore è una sfida leale, mantenuta costantemente
su un piano di correttezza: le tracce potranno essere volutamente rese
ambigue, tuttavia sono messe davanti all'osservatore nella loro oggettività:
sta all'osservatore leggerle con razionalità.
E' interessante notare che nei Tre Rammendi Tipo,
Duchamp sembra dissimulare accuratamente l'uguaglianza delle sei misure
in linea retta dei fili e delle loro sagome di legno.
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| Figure 3 |
| Marcel Duchamp,
Miniature version of Three Standard Stoppages,
in Boîte-en-valise, 1941 |
Osserviamo come li dispone Duchamp, quando i fili e le
sagome siano posti verticalmente (come suggerisce l'orientamento dell'etichetta
di testo di ogni filo). Per questo scopo considererò la riproduzione miniaturizzata
dei Tre rammendi Tipo della Boite-en-valise (1941) (Fig.
3), perché è la sola rappresentazione che io conosca dove tutti
e sei le componenti (3 fili e tre sagome) sono sicuramente disposte da
Duchamp stesso. Ma simili considerazioni potrebbero essere fatte anche
per tutte le altre disposizioni che io conosco, inclusa quella al MoMA.
Mentre le etichette poste vicino al lato inferiore
delle tele sono accuratamente allineate l'una con l'altra, i fili sono
incollati a partire da differenti distanze dal lato superiore, e ciò preclude
la possibilità di confrontarne a colpo d'occhio le lunghezze e l'allineamento
delle estremità superiore ed inferiore dei tre fili. Si potrebbe imputare
questo sfasamento alla casualità della caduta. Si ricordi tuttavia che
Duchamp tagliò le strisce di tela su cui sono incollati i fili dopo l'esecuzione
dell'opera, in un tempo differito, diversi anni dopo; così come Duchamp
pose attenzione all'allineamento delle etichette, avrebbe ugualmente potuto
porre la stessa attenzione per l'allineamento dei punti iniziali dei fili.
Analoghe tecniche di dissimulazione sono utilizzate anche per la presentazione
delle sagome di legno. Per prima cosa, l'ordine di presentazione dei tre
fili (F) è, diciamo, FA, FB ed FC, mentre
le sagome (S) sono presentate nell'ordine SC, SA,
SB. Secondo, le sagome sono ruotate di 180° rispetto ai fili
corrispondenti, rendendo ancora una volta difficile il confronto a colpo
d'occhio. Terzo, per poter sovrapporre la sagoma sul corrispondente filo,
dobbiamo mentalmente ribaltare le sagome SC e SA,
perché i loro profili mostrano una simmetria assiale rispetto ai corrispondenti
fili FC e FA. Lo schema risultate è questo:
| Fili (F)
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Sagome (S) |
| FA
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FB
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FC
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SC
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SA
|
SB
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| rotazione
a 180° & ribaltamento |
rotazione
a 180° & ribaltamento |
rotazione
a 180° |
Infine, mentre in due sagome il punto di partenza del profilo
curvilineo è evidenziato da una tacca ben incisa nel legno (e ad uguale
distanza dal lato superiore), nella terza abbiamo ancora una volta uno
sfasamento (in avanti) del punto di partenza del profilo curvilineo. (Con
quest'ultima sagoma sembra tuttavia che Duchamp intenda fornirci un piccolo
indizio, perché qui manca l'incisione della tacca nel punto di partenza
del profilo curvilineo: una difformità che balza subito all'occhio).
Non sappiamo se questi spiazzamenti nella disposizione
degli elementi della composizione sono casuali o no (noi sappiamo tuttavia
che Duchamp era molto meticoloso nella pianificazione e preparazione delle
sue opere). Se no, possiamo pensare che ciò che viene nascosto così meticolosamente
deve assolutamente avere una grande importanza. Nel caso contrario, possiamo
almeno capire perché, fina ad ora, gli studiosi non hanno considerato
il dato oggettivo che sto discutendo, in relazione alle nuove difficoltà
che introduce per l'accettazione del protocollo operativo dichiarato da
Duchamp per i Rammendi.
Quindi, comunque sia, le distanze fra i capi visibili dei
fili sembrano essere un punto cruciale.
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Ora, ammettendo che effettivamente Duchamp abbia lasciato
cadere i fili, allora deve esservi stato un qualche dispositivo per mantenere
costante la distanza fra i due capi nel corso della caduta. A questo punto
si possono congetturare diverse possibili di tecniche esecutive, compatibili
1. con quanto possiamo vedere nei Rammendi; 2. con ciò che è descritto
nella nota della Scatola Verde; 3. con quanto dichiarato da Duchamp
in diverse interviste. A titolo di curiosità ne presento un paio.
Il primo ipotetico dispositivo può essere un semplice
tutore, come nello schizzo in Fig.
4 -- il tutore dovrebbe cadere assieme al filo.
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| Fig. 4 |
| Stoppages
Device 1 |
Le eccedenze di filo rispetto alla regolare lunghezza di
un metro, visibili alle estremità del dispositivo, costituirebbero i due
tratti di filo necessari per l'imbastitura che in ogni Rammendo osserviamo
nel lato posteriore delle tele (essi potrebbero avere già infilato l'ago
necessario per l'imbastitura).
Un altro dispositivo, illustrato in Fig.
5, potrebbe essere costituito da due guide verticali; anche in
questo caso potremmo avere le due eccedenze di filo per le imbastiture
alle opposte estremità del filo.
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| Fig. 5 |
| Stoppages
Device 2 |
Sebbene dobbiamo considerare questi dispositivi come mere
congetture, dobbiamo almeno riconoscere che in tutti e due i casi,
durante la caduta essi permetterebbero al filo: 1. di torcersi a proprio
piacere; 2. di mantenere quella morbida linearità che con una caduta completamente
libera pare impossibile ottenere, 3. di mantenere costante la distanza
fra gli estremi del filo. Inoltre (fatta salva qualche maliziosa reticenza):
4. la procedura descritta dalla nota della Scatola Verde risulterebbe
veritiera, 5. Duchamp non avrebbe mentito nelle interviste.
Comunque sia, nei Tre Rammendi Tipo possiamo
considerare due punti fissi A e B, e tre linee che passano per essi, come
mostra la Fig. 6.
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| Fig. 6 |
| Axiom of three
lines running through two fixed points |
Ciò può evocare alla nostra mente l'assioma euclideo dell'esistenza
e unicità della retta per due punti. Come è noto, il motivo dei Rammendi
ricompare spesso nell'opera di Duchamp, e basandosi su questo elemento,
egli sviluppa numerosi ed importanti concetti. Non sembra essere arbitrario
pensare a quest'opera come una sorta di assioma a partire dal quale Duchamp
deduce la costruzione dell'intero edificio della sua opera (geometrico,
ma non solo). Ma, cosa asserirebbe questo assioma?
Col suo modo strambo e apparentemente ingenuo,
pare che Duchamp intenda rimuovere dall'assioma euclideo l'assunto di
unicità della retta per due punti: le rette per due punti sarebbero infinite,
tutte quelle ottenibili dal caso attraverso la caduta del filo, ed i Tre
Rammendi starebbero in rappresentanza di esse (dopo tutto occorre ricordare
che spesso in Duchamp il numero 3 sta per molteplicità o infinità). Di
fatto sappiamo da tempo dell'interesse di Duchamp per le geometrie non
euclidee. Henderson afferma che
| Per Duchamp le geometrie n-dimensionali e non euclidee
erano stimoli per andare al di là della pittura a olio tradizionale
per esplorare le relazioni fra le dimensioni e anche per riesaminare
la natura della prospettiva tridimensionale. Come Jarry prima di lui,
anche Duchamp trovò qualcosa di deliziosamente sovversivo nelle nuove
geometrie, con i loro cambiamenti di così tante 'verità stabilite'.
(341) |
Comunque, l'operazione concettuale di Duchamp è
meno ingenua di quanto possa sembrare a prima vista. In geometria, concetti
come punto, retta, piano e così via non vengono
definiti: essi sono enti o concetti primitivi; essi sono
indirettamente definiti dando le loro regole d'uso, che sono assiomi e teoremi;
in altre parole, in una assegnata geometria, retta, punto,
o piano… possono essere qualunque cosa che si comporti esattamente secondo gli assiomi e i teoremi
di quella geometria. Ad esempio, nel celebre modello di Poincaré di geometria
iperbolica, piano è rappresentato da un cerchio, e retta
è un particolare arco di circonferenza. Nei Tre Rammendi Tipo di Duchamp sembra esservi una consapevolezza di questo
aspetto; d'altra parte è noto che Duchamp amava leggere testi di geometria
e in particolare conosceva alcuni aspetti del pensiero di Poincaré, come
anche Shearer ha evidenziato in Marcel
Duchamp's Impossible Bed and Other 'Not' Readymade Objects…
(26--62).
Tuttavia, ciò che interessa nella prospettiva di questo articolo, non è
tanto il possibile contenuto non euclideo dell'assioma dei Rammendi,
ma la rimozione dell'assunto di unicità. Attraverso questo assioma Duchamp
sembra affermare un nuovo principio: quello della ripetizione, o più precisamente quello della iterazione di uno stesso
procedimento seguendo accuratamente una stessa regola.
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1b.
Reticolo di Rammendi
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| Figure
7 |
| Marcel Duchamp,
Network of Stoppages, 1914 |
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| Figure
8 |
Figure
9 |
| Marcel
Duchamp,
Young Man and Girl in Spring, 1911 |
Young
Man and Girl in Spring (1911), rotated 90° |
I Rammendi ricompaiono in una nuova opera elaborata
nel medesimo periodo: il Reticolo di rammendi (1914) (Fig. 7).
Il reticolo è dipinto sulla seconda versione incompiuta del giovanile Giovane
e Fanciulla in Primavera (1911) (Fig. 8).
Cominciamo col notare che rispetto all'orientamento originale di Giovane
e fanciulla in primavera lo sfondo del Reticolo è ruotato di 90°. (Fig.
9) E' noto che la rotazione ad angolo retto in
Duchamp ha importanza e significato del tutto particolari (vedi
per esempio Gould & Shearer); questa rotazione usualmente denota
il passaggio da uno spazio ad n dimensioni ad uno ad n+1 dimensioni (perché
l'aggiunta di una nuova dimensione richiede l'aggiunta di un nuovo asse
cartesiano, perpendicolare a ciascuno dei precedenti). In questo caso abbiamo
il passaggio dalla monodimensionalità di ciascun Rammendo alla bidimensionalità
del Reticolo. Ma più in generale in Duchamp la rotazione a 90° indica che
siamo in presenza di un salto qualitativo. Cerchiamo allora di capire che tipo di salto vediamo del
Reticolo. La tesi che sostengo è che con questa
opera in modo intuitivo Duchamp focalizza ulteriormente un nuovo concetto,
che oggi chiamiamo ricorsione, e che in forma latente egli stava elaborando
da qualche anno, come vedremo.
Di fatto nel Reticolo Duchamp utilizza ricorsivamente i
Rammendi: abbiamo i tre Rammendi ripetuti tre volte, organizzati in terne
e con una gerarchizzazione espressa da un grafo ad albero piuttosto astratto,
che sembra sottolineare una diramazione.
La stessa diramazione è la cifra formale unificante del
dipinto Giovane e fanciulla in primavera, sebbene qui la diramazione
abbia lo specifico significato di sdoppiamento: infatti tutta
la composizione è basata su un motivo a forma di Y. In accordo con La
sposa messa a nudo in Marcel Duchamp, anche, dobbiamo far risalire
questa cifra al simbolismo alchemico, dove Y sta per androgino (Schwarz,
111). Sia il Giovane che la Fanciulla levano le braccia aperte in una
Y; i loro stessi corpi hanno una innaturale disposizione obliqua, che
se osservata capovolta mostra nuovamente le diramazioni di una Y. Alla
base della composizione abbiamo due archi diramanti, mentre alla sommità
troviamo le diramazioni di un albero. Al centro della composizione c'è
una forma circolare all'interno della quale vediamo una piccola figura
umana; da questa forma circolare parte l'albero con le sue diramazioni;
quindi se guardiamo alle due figure del Giovani e della Fanciulla come
al prolungamento di tali diramazioni, esse costituiscono le diramazioni
della piccola figura umana al centro della composizione. (Secondo Schwarz
gli archi diramanti sono glutei, la figura circolare rappresenta Mercurio
nell'ampolla, e l'albero con le sue ramificazioni rappresenta un fallo;
infine, il percorso che ho descritto dovrebbe essere letto all'inverso,
come il desiderio dei giovani di ricongiungersi in una primordiale unità
androgina).
Qualunque interpretazione si dia del dipinto, esso presenta
un dato oggettivo: quello di una cascata di sdoppiamenti, a cui guardo
come un antecedente formale del motivo della ricorsione. Inoltre si noti
che le forme sferiche suggerite dagli archi alla base della composizione
sono ripetute, sia dall'ampolla, sia dai numerosi cespugli fioriti dello
sfondo; e, cosa più interessante, all'interno dei cespugli sferici osserviamo
numerose infiorescenze sferiche (come nell'ortensia). Così abbiamo un
nuovo suggerimento di ricorsione: fiori sferici, all'interno di infiorescenze
sferiche, all'interno di cespugli sferici, assieme ad altre forme sferiche.
Per di più qui abbiamo una prima evidenza di quelle ripetizioni su scala
ridotta (cespuglio, infiorescenza, fiore) che discuteremo più avanti.
Il motivo sferico è a sua volta connesso con un ulteriore importante motivo:
quello della circolarità. Seguiamo ancora una volta nel dipinto la cascata
di sdoppiamenti: i due archi in basso (come getti di una fontana) sostengono
il cerchio contenente la piccola figura umana, a partire dal quale cresce
l'albero diramante; questa diramazione ricade verso il basso attraverso
la diramazione delle due figure dei giovani, che a loro volta poggiano
i piedi proprio sui due archi alla base della composizione; in altre parole
possiamo vedere in questo dipinto una sorta di moto convettivo, che ritorna
circolarmente al punto di partenza.
Dunque, eseguendo il Reticolo di Rammendi sulla
copia (incompiuta) di Giovane e fanciulla in primavera, Duchamp
puntualizza gli antecedenti formali dell'opera. Possiamo sottolineare
la stretta continuità fra le due opere osservando che l'unico dettaglio
ben definito della copia è il busto della fanciulla con le sue braccia
aperte: questa ramificazione umana è innestata con perfetta continuità
sulle diramazioni del reticolo. Questo innesto (ricorsivo) di una opera
su un'altra opera costituirà anche negli anni a venire uno degli elementi
distintivi del modo di operare di Duchamp.
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| Figure 10 |
| Marcel Duchamp,
The Bride Stripped Bare by Her Bachelors, Even [a.k.a. The
Large Glass], 1915-23 |
Aprendo il paragrafo abbiamo detto che in Duchamp le rotazioni
di 90° sono speciali segnali, per mezzo dei quali viene allertata la nostra
attenzione. Vediamo quali significati può avere in questo caso. L'inarcamento
del busto e la posizione delle braccia della fanciulla denotano una postura
eretta che tuttavia è chiaramente contraddetta dall'orientamento del quadro;
come a dire: non interessa l'elemento figurativo della ragazza, ma il
motivo formale della diramazione. Dunque, nel passaggio dai Giovani al
Reticolo Duchamp ci chiede di focalizzare l'attenzione sull'aspetto concettuale
(della ricorsione), mentre l'elemento narrativo (il mondo psichico
dei due giovani e le vicende connesse) è apertamente confinato sullo sfondo
(ma chiaramente non rimosso): questo passaggio all'astrazione
è un primo salto di qualità.
Il secondo salto qualitativo si ha nel passaggio da una
iterazione su base 2 (sdoppiamenti) ad una ricorsione su base 3 (tre volte
tre Rammendi). Abbiamo già ricordato che per Duchamp 3 spesso significa
molteplice o infinito.
Non riesco a vincere la tentazione di proporre qualche
una congettura interpretativa: stiamo forse osservando la Sposa supina
che leva le braccia nel delirio sei sensi, soggiacendo all'abbraccio tentacolare
dello Scapolo? O forse il Reticolo non rappresenta dei tentacoli ma delle
fiamme? Della passione o della punizione? Siamo forse testimoni della
progressiva messa a fuoco da parte di Duchamp di quell'innesto uomo-macchina
che ci verrà compiutamente rappresentato nel Grande Vetro?
(Fig. 10)
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| Figure 11 |
| Marcel Duchamp,
Nine Malic Moulds, 1914-15 |
Comunque sia, la prossima stazione dell'odissea dei
Rammendi è segnata da una nuova rotazione a 90°, per mezzo della quale
il Reticolo di Rammendi viene prospetticamente proiettato su un piano
orizzontale e diviene il sistema dei Capillari nell'Apparato Scapolo
del Grande Vetro. Il salto di qualità connesso a questa nuova rotazione non ha
bisogno di essere sottolineato. Esso comporta (fra altre importanti considerazioni)
l'esportazione del principio del 3 (e quindi anche del 9) al Grande
Vetro, a cominciare dagli Stampi Maschi (Fig.
11), che devono essere uno per Capillare, quindi
appunto 9, mentre sappiamo dalla lettura delle note della Scatola
Verde che nel progetto iniziale erano solo 8.
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1c. Tu m'
Nel 1918 Duchamp realizza il suo ultimo dipinto Tu
m', in cui riprende e elabora ulteriormente le tematiche che nello
stesso periodo sviluppa nel Grande Vetro. All'interno del dipinto
(di cui Schwarz, 1974, ha fornito una esauriente e convincente interpretazione)
ricompaiono i Rammendi in una strana composizione che voglio analizzare
in questo paragrafo.
Sulla sinistra del dipinto e in basso abbiamo una rappresentazione
delle sagome dei Rammendi; qui sembra che Duchamp voglia giocare a carte
scoperte: le sagome sono tutte e tre accuratamente allineate, in modo
da evidenziarne le uguali lunghezze. I Rammendi sono direttamente rappresentati
altrove nel dipinto, come vedremo oltre. Tuttavia Duchamp usa solo due
delle tre sagome, la prima e l'ultima; quella centrale, qui non utilizzata,
è la stessa che ci aveva ingannato nei Tre Rammendi Tipo (forse un'espiazione?)
Una mano col dito puntato, dipinta approssimativamente al centro della
composizione, indica chiaramente la parte destra, dove, a colpo d'occhio,
riconosciamo chiaramente i Rammendi; essi sono disposti nuovamente a coppie,
e formano quattro coppie: il Rammendo rosso (corrispondente alla sagoma
più in basso) e il Rammendo nero (sagoma più in alto). Nelle due coppie
più in alto (una coppia di coppie) i Rammendi hanno lo stesso orientamento,
mentre nelle coppie più in basso (altra coppia di coppie) i Rammendi sono
disposti con orientamenti differenti. Così, abbiamo una coppia di coppie
di coppie: un altro suggerimento di ricorsività, sebbene nuovamente a
base 2.
Ricordiamo che abbiamo già osservato la stessa oscillazione
fra 2 e 3 come base numerica della ricorsione nelle note della Scatola
Verde, dove Duchamp prevedeva solo 8 (=23) Stampi Maschi
( da cui dovevano partire 3 capillari per ogni Stampo) mentre la scelta
definitiva sarà 9 (=32, uno per ogni Capillare). Ma questa
scelta non è definitiva, come testimonia il ritorno al 2 in Tu m'.
Torniamo alla descrizione del dipinto. I Rammendi paiono
fluttuare liberamente nella superficie del dipinto. Da essi si dipartono
perpendicolarmente dei raggi colorati da cui irradiano delle circonferenze
(composti alla Kandinsky, suggerisce Schwarz). I raggi ci danno
prospetticamente la dimensione della profondità, e sembrano alludere vagamente
a evolute e evolventi di una curva, che Duchamp può aver visto sui testi
di geometria. O, seguendo Henderson i raggi con le loro irradiazioni potrebbero
essere una allusione alla presenza di Elettricità.
In King and the Queen surrounded by Swift Nudes (1912) and the Invisible Worldof
Electron dice che:
| "simili immagini circolari o spiraliformi continuerebbero
a servire a Duchamp in numerose opere susseguenti come indicatrici
della presenza di elettricità o magnetismo." |
Considerando la profondità suggerita dai raggi colorati,
la nostra attenzione è attratta da uno strano quadrilatero sghembo color
latte, appena percepibile rispetto ad uno sfondo quasi del medesimo colore.
Notiamo così che le quattro coppie di Rammendi si dipartono esattamente
dai quattro vertici del quadrilatero, perpendicolarmente ad esso, venendo
così a formare uno strano prisma in prospettiva. Il fatto che rammendi
e quadrilatero debbano essere considerati come un tutto unico è prospetticamente
sottolineato dal comune punto di fuga, posto sul margine inferiore del
dipinto alla destra della mano indicante. Dunque, Duchamp attira la nostra
attenzione sullo strano prisma (vedi Fig.
13).
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| Figure 13 |
| A prism in
perspective with shared vanishing point,
Tu m' (1918), detail |
C'è una interessante ambiguità (probabilmente voluta)
nella scelta del sistema di rappresentazione di questo strano prisma.
Ne abbiamo già indicato l'impianto prospettico col suo punto di fuga.
Ora, secondo le regole della prospettiva, i rammendi più lontani dovrebbero
essere prospetticamente scorciati, ma l'assioma dei Rammendi tipo impone
di conservarne rigidamente le lunghezze. Di conseguenza, Duchamp non disegna
(non può farlo) la seconda faccia del prisma (parallela alla prima color
latte) perché ciò determinerebbe un secondo punto di fuga, come mostrato
in Fig. 14. Ciò
comporta una visione assonometrica e non prospettica.
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| Figure 14 |
| Second vanishing
point of the prism, Tu m' (1918), detail |
Dunque il Prisma di Tu m'è rappresentato contemporaneamente
sia attraverso un sistema prospettico che assonometrico, e delimita quindi
uno spazio ambiguo, che per di più sembra chiuso ma in realtà è aperto.
D'altra parte, essendo i Rammendi delle generalizzazioni di segmenti o
di rette, c'era daaspettarsi che lo spazio delimitato dal prisma avesse
qualche proprietà generalizzata rispetto ad uno spazio ordinario. Ma devo
alla acuta capacità di osservazione di Gi Lonardini, mia moglie, la scoperta
della principale e straordinaria proprietà di questa regione dello spazio.
Per comprenderla dobbiamo volgere l'attenzione alle ombre dei ready-made
dipinte nella composizione.
A partire dalla sinistra del dipinto abbiamo l'ombra
della Ruota di bicicletta del 1913 (Fig.
15) (che starebbe per Duchamp, nell'interpretazione
di Schwarz), poi osserviamo l'ombra del Cavatappi del 1918 (Fig.
16) (secondo Schwarz sarebbe il fallo dello
Scapolo-Duchamp, che desidererebbe consumare l'incesto violando l'intimità
della sposa, e questo sarebbe il significato del trompe l'oiel
dello strappo al centro della composizione) e infine sulla destra l'ombra
della Cappelliera del 1917 (Fig. 17)
(essendo appesa al soffitto simbolizzerebbe l'impiccagione quale punizione
per l'incesto, ancora una volta secondo Schwarz).
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| Figure 15 |
Figure 16 |
Figure 17 |
| The
shadow of Bicycle Wheel (1913) in Tu m' (1918), detail |
The
shadow of Corkscrew (1918) in Tu m' (1918),
detail |
The
shadow of Hat Rack (1917) in Tu m' (1918), detail |
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Per la verità nel quadro è presente (quasi) sempre
una quarta ombra, quella vera (cioè non dipinta) proiettata da un vero scovolino per bottiglie
piantato nel centro dello strappo, perpendicolarmente alla tela; e con
questa quarta, anche le 3 ombre sarebbero ricondotte ricorsivamente a
4 cioè ad una potenza di 2.
Ho provato un certo imbarazzo nel constatare che l'ombra
della Cappelliera sembra eseguita maldestramente rispetto alle
altre ombre, la cui esecuzione invece è impeccabile. Poi ho notato che
mentre nelle fotografie del ready-made la cappelliera ha sei steli, nell'ombra
proiettata sembra di scorgerne (ma in modo incerto) più di sei: uno più
marcato che mostra la sua tipica arricciatura, ed altri sfumati e solo
leggermente accennati… L'interpretazione di Gi è che stiamo osservando
l'ombra dell'ombra. Questa è la straordinaria proprietà (ricorsiva) dello
spazio generalizzato racchiuso dal prisma.
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| Figure 18 |
| Marcel Duchamp,
Pencil-ink miniature of Nude Descending a Staircase, No. 2,
1918 |
Una vicenda della biografia di Duchamp pare in relazione
con quanto osservato, e sembra indicare una persistente presenza delle
tematiche nel pensiero di Duchamp nel periodo in cui elaborò Tu m'.
Ho appreso infatti dalla lettura delle Effemeridi di Gough-Cooper
& Caumont (1993) che il 23 luglio del 1918 (l'anno di Tu m') Duchamp regalò all'amica Carrie Stettheimer per la sua casa delle
bambole una miniatura in inchiostro e matita di 9.5x5.5 mm del proprio
Nudo che discende le scale n.2 del 1912 (Fig.
18), che venne collocato nella sala da ballo
miniaturizzata. Così, possiamo osservare la stessa idea di ripetizione
in scatola che abbiamo incontrato in Tu m', ma qui abbiamo inoltre l'importante specificazione della scala ridotta.
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| Figure 19 |
| Marcel Duchamp,
The Delights of Kermoune, 1958 |
Possiamo riconoscere tracce dell'idea della ripetizione
in scatola e su scala ridotta anche in altre opere. Ricordiamo Le delizie
di Kermoune, del 1958 (Fig. 19):
Duchamp creò un grafo ad albero che ricorda il Reticolo di Rammendi,
composto di aghi di pino fissati ad un foglio con la stessa tecnica a imbastitura
usata per i Rammendi; era un regalo di ringraziamento per l'ospitalità ricevuta
da Claude e Bertrande Blancpain a Kermoune. Apprendo dalla lettura delle
Effemeridi (alla data 1-8-58) che Duchamp pose l'opera in una scatola grigia
nascosta nell'armadio degli ospiti. Nell'idea di
ripetizione in scatola e su scala ridotta sembra di poter leggere una
sorta di presagio dell'idea di frattale. In una nota della Scatola
Verde leggiamo:
Così, se l'armadio dei Blancpain fosse stato un simile
armadio (con specchi interni), allora la scatola grigia sarebbe stata
ripetuta infinite volte, proprio come in un frattale.
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| Figure 20 |
| Marcel Duchamp,
Boîte-Series F, 1966 |
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| Figure 21 |
| Marcel Duchamp,
Reproduction of
Why Not Sneeze Rrose Sélavy (1920)
for the Boîte, 1940 |
Il tema della ripetizione in scala ridotta è anche sviluppato
a fondo nella Boite-en-valise del 1941 (Fig. 20).
Qui notiamo un'altra suggestiva ripresa del prisma dalle strane proprietà
di Tu m': guardiamo il modello del ready-made Perché non starnutire Rose
Sélavy? (del 1919) contenuto nella Boite-en-valise (Fig.
21). L'articolo Marcel
Duchamp: A Readymade Case for Collecting Objects of Our Cultural Heritage
Along with Works of Art sottolinea una importante proprietà
dell'opera: il punto di partenza è una foto (2D) del celebre ready-made;
la piccola gabbietta è ritagliata lungo i lati destro, alto e sinistro;
questa sagoma è poi ripiegata su uno sghembo prisma solido (3D) che ha la
sezione simile a quella del prisma di Tu m'. Dunque abbiamo superficie 2D
che simula un oggetto 3D (per mezzo della piega lungo il lato frontale superiore
della gabbietta, così da sovrapporsi al corrispondente lato del prisma).
Così, la dimensionalità di questo oggetto è un numero fra gli interi 2 e
3.
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| Figure 22 |
| Marcel Duchamp,
Mina's Poems à 2 Dimensions ½, 1959 |
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| Figure 23 |
| Photograph
of Katherine Dreier's library room before the installation of Tu
m', 1918 |
Si tratta di una sorprendente coincidenza: l'idea
di ripetizione (dell'ombra, in Tu m', dell'oggetto in scala ridotta, nella Boite-en-valise) è esplicitamente
associata ad una dimensionalità non intera, cioè ad una dimensionalità
frattale: un'altra suggestiva proprietà dello strano prisma. Altrove troviamo
un esplicito riferimento ad una dimensione non intera da parte di Duchamp,
nei versi composti per Mina Loy; il titolo è Mina's poems à 2 dimensions
½ (Effemeridi, 14 aprile 1959) (Fig. 22).
Un chiarimento è ora necessario per evitare possibili fraintendimenti.
Non desidero affermare né che le opere di Duchamp esaminate (e altre che
considereremo nel seguito) siano frattali (i frattali sono oggetti
geometrici ben definiti, con diverse ben definite proprietà che non possiamo
notare in Duchamp: questo è assolutamente ovvio), né che Duchamp abbia
chiaramente intuito un tale concetto. Dobbiamo solo ammettere che l'idea
di ripetizione ricorsiva in scala ridotta è oggettivamente collegata a
quella di frattale, così che, in presenza dell'idea di ricorsione (anche
se solo intuita) l'idea di frattale deve assumere una qualche evidenza,
almeno in una forma embrionale. Io penso (ed ho iniziato a mostrare altrove,
Giunti, 2001b) che nella misura in cui l'intuizione della ricorsione da
parte degli artisti diviene più definita e precisa, allora anche la rappresentazione
di frattali risulta essere consapevole, più chiara e più pertinente (come
ad esempio nei casi di Klee ed Escher). Tuttavia, dobbiamo riconoscere
che l'intuizione di una dimensionalità non intera, specialmente se relazionata
ad una ripetizione su scala inferiore, è una intuizione straordinaria,
che non possiamo notare (per quanto ne so) in nessun altro artista dello
stesso periodo. Si ricordi inoltre che il primo libro di Mandelbrot sui
frattali, dove egli li definisce in termini di dimensionalità non intera,
fu pubblicato nel 1975. Infine torniamo a Tu m' per un'ultima considerazione. Una fotografia che ho visto nelle Effemeridi
(9 gennaio 1918) mostra la libreria di Miss Dreier prima dell'installazione
di Tu m' (Fig. 23). In primo piano vediamo chiaramente
una gabbia per uccelli. Forse lo strano prisma era già in partenza concepito
come una voliera.
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1d. Due brevi divagazioni circolari
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| Figure 24 |
Figure 25 |
| Marcel Duchamp,
Sad Young Man on a Train, 1911 |
Marcel
Duchamp, Family Portrait (1899), 1964 |
Sebbene il tema della ricorsione sia frequentemente
collegato al motivo del Reticolo (vedremo nel seguito altri esempi riferibili
all'odissea dei Rammendi), riconosciamo la sua eco in altre opere nel corso
dell'intera carriera artistica di Duchamp. Qui voglio discutere altre due
opere, entrambe riferibili alla sua biografia; queste opere che si collocano
emblematicamente agli opposti estremi della sua vita artistica: Giovane
triste in treno del 1911 (Fig. 24) e Ritratto di famiglia del
1964 (Fig. 25). Giovane triste in trenoè un autoritratto (in
cui sono evidenziati due oggetti di affezione: il bastone da passeggio e
la pipa). Leggiamone la descrizione di Duchamp:
| "Prima di tutto c'è l'idea del movimento del treno,
e quindi quella del giovane triste che si muove nel corridoio; per
cui si hanno due movimenti paralleli corrispondenti." |
L'idea di un moto nel moto è certamente ricorsiva, ed è
sottolineata dall'allitterazione presente nella titolazione originale:
Jeune homme triste dans un train. Questa allitterazione (triste,
train) è stata analizzata in un importante articolo
da Gould (2000) che richiamerò estensivamente nella prossima sezione
di questo articolo. Egli fra l'altro si interroga sul perché il giovane
uomo dovrebbe essere triste? Egli ipotizza diverse risposte. Qui richiamerò
due di esse.
Il primo motivo di tristezza è che il giovane sente col
proprio moto di aggiunge solo poca cosa al moto generale del treno. Questa
congettura di Gould conduce a mia volta ad una ulteriore congettura. Se
guardiamo al moto nel moto come ad una precoce intuizione dell'idea di
frattale, allora la tristezza del giovane sarebbe in relazione con l'intuizione
di una importante caratteristica dei frattali: quella dello scaling dimensionale.
Così, la tristezza del Giovane è simile a quella di Achille, che nel paradosso
di Zenone, non può raggiungere la tartaruga.
Il secondo motivo di tristezza è che nel suo moto il giovane
è doppiamente vincolato (dai binari e dal corridoio della carrozza) ad
un percorso lineare, che Duchamp sente come fortemente limitativo: così sembra esservi
la percezione della limitatezza della linearità; di fatto lo stesso anno,
in Giovane e fanciulla in primavera, Duchamp introduceva l'importante
elemento della circolarità nella iterazione, attraverso le turbolenze
convettive che già abbiamo indicato in un paragrafo precedente.
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| Figure 26 |
| Duchamp's family photo,
1899 |
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| Figure 27 |
| Salvador Dalì, Slave
Market with Invisible Apparition of Voltaire's Bust, 1940 |
Veniamo al Ritratto di famiglia, che lo ritrae
fanciullo assieme ai genitori ed alle sorelline. Si tratta di una vecchia
fotografia di famiglia (1899) (Fig. 26)
, che Duchamp ritaglia secondo uno strano contorno
curvilineo. Possiamo riconoscere una tecnica alla Arcimboldo, ampiamente
sperimentata anche da Salvador Dalì (ad esempio nel celebre Mercato di schiavi con apparizione invisibile del busto di Voltaire
(Fig. 27), o anche meglio
nel Volto della guerra, opere entrambe del 1940): si tratta infatti
di un busto umano composto da tanti busti umani: ricorsione ovunque (e
qualcosa che ancora ricorda i frattali). Le teste della madre e della
piccola Magdeleine formano gli occhi, mentre la testa del giovane Marcel
è la bocca; infine Suzanne, Yvonne ed il padre Eugene formano le braccia
ed il torace. Per adesso sorvoliamo sul significato (non solo psicologico)
dell'esclusione dei fratelli maschi da questa composizione (ne riparleremo
in un paragrafo successivo, dopo aver acquisito nuovi elementi). Ora limitiamoci
alle conseguenze sul piano formale di questa esclusione: notiamo che la
sagoma formata dall'esclusione di un fratello forma in modo funzionale
l'incavo dell'ascella del grande busto di busti, mentre la permanenza
del secondo fratello e delle altre persone presenti nella foto originale
avrebbero reso irriconoscibile o almeno deformato la sagoma del grande
busto.
Ora, voglio osservare che Duchamp ha ottenuto questa
opera a partire dalla fotografia di una famiglia (la propria); in questo
modo la ricorsione, che abbiamo notato sul piano formale, è ricollegata,
sul piano dei contenuti, alla ricorsione ciclica del perenne ricambio
generazionale, in cui i figli diventano i nuovi genitori, che avranno
nuovi figli che diventeranno nuovi genitori… Dunque abbiamo l'associazione
di ciclicità e ricorsione. Questa associazione è rinforzata dal fatto
che la sagoma che si viene a creare attraverso il ritaglio operato non
ha più nulla delle rigidità rettilinee a senso unico del primo autoritratto,
ma ha piuttosto, come giustamente nota Clair
(2000) le curve e le rotondità di un famoso readymade: quelle
della Fontana del 1917. Ritorneremo più avanti su questa importante
osservazione.
Infine, se guardiamo al Ritratto di famiglia come
alla filogenesi di Duchamp, allora l'autoritratto di Giovane triste
in treno potrebbe illustrare la sua ontogenesi (dopo tutto questo
autoritratto non è statico ma una rappresentazione piuttosto dinamica
della sua evoluzione temporale). Se così fosse, dovremmo riconoscere l'implicita
affermazione che entrambi i processi (filogenesi e ontogenesi) condividono
le medesime modalità ricorsive.
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2. La lingua di Rrose
2a. La nota sulla Lingua nella Scatola Verde
Nelle note della Scatola Verde leggiamo una complessa nota intitolata Lingua. Eccola:
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Ricercare delle "Parole prime" ("divisibili" solo per se stesse e per l'unità).
Prendere un dizionario Larousse e copiare tutte le parole dette
"astratte", che non abbiano cioè riferimenti concreti.
Comporre un segno schematico che designi ognuna di queste parole
(questo segno può essere composto con gli arresti-campione).
Questi segni devono essere considerati le lettere del nuovo alfabeto.
Un raggruppamento di parecchi segni determinerà
(Utilizzare i colori - per differenziare ciò che corrisponderebbe
in questa (letteratura) a sostantivo, verbo, avverbio, declinazioni,
coniugazioni ecc.).
Necessità della continuità ideale cioè: ogni raggruppamento sarà collegato agli altri, da
un significato rigoroso (specie di grammatica che non designa
più una costruzione pedagogica della frase, ma, tralasciando le
differenze delle lingue e i "giri" di frase di ogni lingua, pesi
e misure delle astrazioni di sostantivi, di negazioni,
dei rapporti da soggetto a verbo ecc. per mezzo dei segni-campione,
(rappresentando le nuove relazioni: coniugazioni, declinazioni,
plurale e singolare, aggettivazione, inesprimibili nelle forme alfabetiche concrete delle lingue viventi presenti e a venire).
Questo alfabeto non conviene che alla scrittura di questo quadro
molto probabilmente. |
In questa nota Duchamp ipotizza la creazione di una lingua
artificiale che deve essere una generalizzazione delle lingue naturali.
La logica sottesa alla costruzione della nuova lingua ha due aspetti essenziali
intimamente collegati: la ricorsività e l'astrattezza.
Riguardo al primo aspetto, quello della ricorsività, notiamo
che gli elementi atomici della nuova lingua artificiale, cioè i suoi fonemi,
sono certe parole, prese dal dizionario di un linguaggio naturale, che
Duchamp indica col termine di parole prime (spiegherò la mia ipotesi circa il significato di parole
prime nel prossimo paragrafo). Quindi i fonemi della nuova lingua
artificiale sono parole (combinazioni di fonemi) di una lingua naturale:
fonemi di fonemi, parole di parole. A ognuno dei fonemi del linguaggio
artificiale corrisponde un segno grafico, cioè un grafema, composto attraverso
segni-campione, che penso siano (almeno in relazione con) i Rammendi (quindi
un grafema composto da grafemi). Dunque in sintesi Duchamp ipotizza una
lingua artificiale che sia la generalizzazione ricorsiva di una lingua
naturale.
Il secondo aspetto, quello dell'astrazione, è riferibile
alla focalizzazione sulla sintassi del nuovo linguaggio; infatti Duchamp
parla di continuità ideale, significato rigoroso, pesi
e misure delle astrazioni di sostantivi, nuove relazioni…
mentre la semantica è chiaramente svalutata quando parla dell'assenza
di una costruzione pedagogica della frase, dei giri di frase
propri ad ogni lingua…
Considerando l'applicazione di un metodo ricorsivo e l'aspirazione
all'astrazione generalizzante, è possibile vedere una sorta di intuizione
di due aspetti che hanno effettivamente caratterizzato la ricerca linguistica
nella seconda metà del 900.
Cominciamo dal primo: sappiamo che nelle cosiddette grammatiche
generative la frase è costruita attraverso regole grammaticali di tipo
ricorsivo, dove ogni simbolo può essere riscritto (cioè sostituito)
con altri simboli, che a loro volta possono ricorsivamente contenere lo
stesso simbolo riscritto (vedi per maggiori informazioni Ghezzi e Mandrioli,
1989 o il classico Grishman, 1986).
La produzione di una sentenza per mezzo di una tale grammatica
è spesso descritta attraverso speciali grafi ad albero in cui ogni riscrittura
corrisponde ad una nuova ramificazione. Il semplice esempio che segue
è tratto dal classico Chomsky's Universal Grammar. An introduction. Il simbolo iniziale è S (Sentenza);
gli altri simboli sono: NS (Sintagma Nominale), VS (Sintagma Verbale),
D (Determinante), N (Nome), V (Verbo); le regole grammaticali sono:
| |
S -> NS VS
NS ->D N
VS ->V NS
(dove il simbolo -> sta per "riscrivi con"). |
Questa grammatica produce semplici sentenze nella
forma Soggetto-Predicato-Complemento, come in: "The child drew an
elephant" (Cook). Il corrispondente diagramma ad albero è illustrato
in Fig. 28.
Fig. 28
E' interessante notare che l'unico grafema effettivamente
composto da Duchamp con i Rammendi è un grafo ad albero: quello del Reticolo
di Rammendi. Fornirò un secondo esempio di simili grammatiche nel
prossimo paragrafo, direttamente riferito a Duchamp.
Per quanto riguarda il secondo aspetto, è noto che il progetto
di una grammatica universale non è altro che lo sforzo di individuare
per generalizzazioni progressive quelle strutture grammaticali astratte
comuni a tutti i linguaggi naturali. Maturana (1978) precisa in modo esplicito
l'importanza della ricorsività quale elemento universale fondante di ogni
linguaggio:
| |
Per contro, la grammatica
universale di cui parlano i linguisti come insieme di regole soggiacenti
comuni a tutti i linguaggi naturali umani può riferirsi solo all'universalità
del processo ricorsivo di accoppiamento strutturale che ha luogo fra
gli umani nell'applicazione ricorsiva delle componenti di un dominio
consensuale senza dominio consensual (52) |
Tornando a Duchamp, la nota sul linguaggio si conclude
con una considerazione importante. A cosa può servire questo nuovo linguaggio?
Duchamp risponde esplicitamente: è un linguaggio utile a descrivere questo
quadro, cioè il Grande Vetro (ricordiamo che le note della
Scatola Verde si riferiscono appunto alla progettazione e alla
descrizione del Grande Vetro). Perché? Perché questo linguaggio astratto ne condivide la
natura di progressiva generalizzazione ricorsiva. Se tuttavia questo linguaggio
è quello utile alla descrizione del Grande Vetro, allora serve anche per scrivere le note stesse della Scatola
Verde (che sono parte integrante del Grande Vetro), all'interno
delle quali troviamo la stessa nota che descrive proprio il nuovo linguaggio
(abbiamo qui un primo esempio di quei cicli autoreferenziali caratteristici
di Duchamp di cui parleremo oltre). Infatti notiamo che nelle note della
Scatola verde Duchamp usa una sintassi effettivamente strana ed
elastica, che non si accorda con le usuali regole sintattiche delle lingue
naturali: troviamo verbi transitivi senza complemento, periodi ipotetici
in cui sono omesse le conclusi, incisi non risolti, e così via. Così il
linguaggio della Scatola Verde è forse una prima approssimazione
del nuovo linguaggio, "rappresentando le nuove relazioni: coniugazioni,
declinazioni, plurale e singolare, aggettivazione, inesprimibili nelle
forme alfabetiche concrete delle lingue viventi presenti e a venire".
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2b. Parole prime e autoproduzione
Ora, cerchiamo di chiarire cosa dobbiamo intendere per
parole prime. Seguendo un suggerimento di Calvesi io penso che
siano emissioni vocali primarie, come la parola Dada, o come le
prime articolazioni sillabiche di un bambino, come mama o papa, quando esse ancora non hanno una precisa referenza semantica
(parole astratte, dice Duchamp), cioè quando sono ancora solo pure combinazioni
di fonemi elementari (135). Così, io penso che parole prime e
parole astratte debbano intendersi come sinonimi.
Se le cose stanno così, possiamo intravedere qualche primo
esempio di questa lingua nuova: si tratta dei famosi non-senso di Duchamp
giocati sulle allitterazioni a cascata. Il più famoso:
| |
Esquivons les ecchymoses des Esquimaux
aux mots exquis |
Gould
ha analizzato questo gioco di parole nel saggio citato sopra (che
per me è stato fonte di ispirazione e divertimento). Si tratta di continue
ricombinazioni di alcuni gruppi sillabici principali, che in questo contesto
possiamo considerare alla stregua di fonemi. Il fatto che dalla combinazione
delle sillabe in parole nasca un non senso, corrisponde esattamente alla
programmatica svalutazione dell'aspetto semantico rispetto a quello sintattico.
Qui la combinazione sillabica vale esclusivamente per la sua grammatica
combinatoria, ma non ha alcuna valenza espressiva, non c'è alcuna costruzione pedagogica della frase, né alcun giro di frase (leggi,
come credo: forma idiomatica). Le regole grammaticali per la ricombinazione
sillabica sono compendiate nella seguente semplice grammatica (ricorsiva),
che può generare il gioco di parole di Duchamp (e infiniti altri non-sense,
con la stessa struttura, in un puro grammelot francese):
Il simbolo iniziale è P.
Gli altri simboli seguenti (in lettere maiuscole) sono i cosiddetti simboli
non terminali (cioè i simboli che devono essere riscritti):
W (parola), C (Connettivo), D (Doppia sillaba), S (Sillaba semplice),
E (sillaba che inizia in E), K (sillaba Key). Infine, i seguenti (in lettere
minuscole) sono i simboli terminali (cioè i simboli che non
possono essere riscritti): es, ek, ex, von, mos, mò, mot, key, keys;
essi traslitteranola pronuncia delle corrispondenti sillabe francesi.
Il simbolo | sta per "oppure".
P -> W C W
C -> C W C | le | de | o (si noti che questa regola è ricorsiva)
W -> D S | S D
D -> E K
E -> es | ek | ex
K -> key | keys Fig.
29 mostra la derivazione del gioco di parole
di Duchamp.
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| Figure 30 |
| Marcel Duchamp,
Rotary Demisphere, 1925 |
Gould giustamente evidenzia che il gioco di parole
è scritto sulla Rotary Demisphere del 1925 (Fig.
30), un dispositivo ottico che quando ruota
genera l'illusione di una spirale che si srotola senza fine verso l'esterno.
Questa significativa associazione è molto importante perché mostra come
per Duchamp in questo gioco di parole si ha una autoproduzione potenzialmente
infinita. Usando la grammatica proposta sopra è facile verificarlo, se
ci si contenta non solo di frasi non-sense, ma anche di parole non-sense
(ricordiamo che questa grammatica genera sentenze in puro grammelot
francese).
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2c. Autoreferenzialità e autoproduzione di senso
I giochi di parole di Duchamp hanno spesso un'altra
importante caratteristica: quella dell'autoreferenzialità.
Ecco un primo esempio:
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Si la scie scie la scie
et si la scie qui scie la scie
est la scie qui scie la scie
il y a suissscide metallique.
[Se la sega sega la sega
e se la sega che sega la sega
è la sega che sega la sega
allora si ha suicidio metallico] |
Ho appreso leggendo le Effemeridi (17 marzo 1960)
che fu composto per un'opera d'arte di Jean Tinguely (un happening, diremmo),
per la cui la scena era inizialmente progettato un esercito di seghe.
Il gioco di parole non è di quelli memorabili, ma è particolarmente
utile per introdurre quello che ci interessa, perché l'immagine della
sega che sega se stessa è chiaramente autoreferenziale. Inoltre è presente
l'elemento della proliferazione attraverso la ripetizione sillabica (autocostruzione).
Infine abbiamo almeno un divertente suiss-scide, con suono quasi identico
a suicide, cioè un suicidio di seghe (scie - scide) svizzere (suiss),
che Duchamp scrisse probabilmente pensando ad un esercito di seghe che
si muovono con perfetto sincronismo (con precisione svizzera) fino ad
un inconsapevole ed ottuso suicidio (autodistruzione).
Curiosamente, l'happening di Jean Tinguely ebbe inaspettatamente
le stesse caratteristiche del gioco di parole: fu autodistruttivo (e questo
era previsto) ma anche autocosrtruttivo (e questo fu inatteso). Un fantasioso
macchinario, fatto di ogni sorta di materiale riciclato, doveva autodistruggersi
con un incendio; ad un certo punto, temendo per un guasto imprevisto l'esplosione
di un estintore, Tinguely implorava l'intervento del pompiere, il quale
invece esitava; quando finalmente il pompiere iniziò le operazioni, rischiò
il linciaggio da parte del pubblico che credeva il suo intervento fuori
luogo nel contesto dell'happening. Così, nell'interazione fra l'opera
e gli spettatori, finì per autogenerarsi un evento comico del tutto inatteso.
Torniamo ora, dopo questa digressione, al tema dell'autoreferenza
nei giochi di parole di Duchamp. Egli persegue questo obiettivo con tecniche
sottili ed efficaci. Come esempi considererò due giochi verbali riprendendo
l'analisi che ne ha fatto Gould, e sviluppando alcune altre considerazioni.
Il primo, piuttosto semplice, è questo:
| |
Cessez le chant
laissez ce chant
[Cessate il canto
lasciate questo canto] |
dove, come ha osservato Gould, con uno scambio delle consonanti
iniziali (C e L) fra le prime due parole di ogni riga (verbo e articolo)
secondo lo schema
egli provoca un gradevole chiasmo a livello uditivo, e
una inversione del senso della frase a livello semantico. Qui desidero
sottolineare che ciascuna delle due righe di testo, presa a sé, non ha
alcun particolare valore al di là del suo ovvio riferimento semantico;
ma nuovo senso è creato dalla congiunzione delle due frasi, a causa dei
loro riferimenti interni reciproci: l'effetto del chiasmo e l'effetto
di inversione di significati. In altre parole, la congiunzione delle due
frasi produce un valore aggiunto che va al di là della pura somma del
valore semantico delle due frasi. Dunque nel gioco verbale il tutto è
superiore alla somma delle parti, ed il valore aggiunto si genera attraverso
dei rimandi interni, cioè questo gioco di parole è autoreferenziale.
Il secondo gioco di parole, più complesso ed affascinante,
è bilingue (francese vs. latino):
| |
éffacer FAC
assez AC
[cancella FAI
abbastanza E] |
La parola éffacer suona come una contrazione di ef (F) ed éffacer (cancella), e quindi può significare qualcosa come:
cancella F; ora, eseguendo l'operazione prescritta dalla prima parola alla
parola stessa éffacer (quindi una operazione autoreferenziale)
si ottiene acer il cui omofono è assez, cioè si ottiene la seconda parola francese. E qui il tutto si fermerebbe,
perché assez significa abbastanza, come dire: è abbastanza,
tutto è finito. Qui entra in gioco la parte latina.
Applicando la stessa cancellazione di una F alla prima
parola latina, si passa da FAC (fai) ad AC (e). La scrittura è così completata.
Notiamo poi che in ciascuna riga la parola latina ha valore semantico
opposto a quello della corrispondente parola francese, così da creare
un'alternanza di ordini e contrordini che è sottolineato dal passaggio
di lingua. Qui viene la parte interessante. L'ultima parola AC (e) implicitamente
suggerisce di aggiungere qualcosa; se questo qualcosa fosse proprio la
F che prima abbiamo cancellato, ed eseguissimo il comando (come abbiamo
fatto per passare dalla prima alla seconda riga), otterremmo: efassez
FAC, omofono di effacer FAC; avremmo cioè un ciclico ritorno alla riga di partenza, in un
moto periodico infinito.
In questo gioco di parole possiamo vedere, con maggiore
evidenza che nel primo, una intrinseca autoreferenza: le 4 parole prese
isolatamente hanno scarso significato (giusto i loro diretti riferimenti
semantici); ma la trama di relazioni che si autostabilisce fra di esse
crea e mette in moto un motore che produce nuovo senso. Più precisamente,
la prima delle 4 parole contiene in sé il germe dell'intero meccanismo,
e nelle relazioni interne con le altre parti del sistema si autogenera
un moto circolare potenzialmente infinito.
Ancora una volta, e con ben maggiore evidenza, l'autoreferenzialità
genera organizzazione e quindi nuovo senso.
E' suggestivo pensare che un piccolo gioiello come l'ultimo
gioco di parole può condensare in sé una quantità di caratteristiche non
solo di molte altre opere di Duchamp, ma addirittura del complesso della
sua opera.
In particolare, la tipica idea duchampiana di ricontestualizzare
i propri precedenti lavori, come nel caso dei Rammendi, è intrinsecamente
autoreferenziale, in quanto Duchamp si riferisce sempre ad un precedente
Duchamp. Nel ciclico e ricorsivo riutilizzo senza fine di idee simili
in contesti sempre nuovi, si generano quei salti qualitativi, quelle generalizzazioni,
quei valori aggiunti, Bateson direbbe quelle tipizzazioni logiche di livello
superiore, che fanno progredire il suo lavoro ed il suo pensiero. Ogni
singolo elemento della sua inesauribile attività mentale contiene in
nuce, i germi essenziali delle caratteristiche generali; ogni elemento
della sua produzione contiene potenzialmente una quantità di informazione
sufficiente a ripercorrere (se non proprio ricreare) la sua intera produzione,
esattamente come negli organismi viventi, dove ogni cellula contiene l'informazione
genetica potenzialmente capace di rigenerare l'intero organismo.
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3. Il mondo della Vespa
Consideriamo un'altra importante nota dalla Scatola
Verde.
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Iscrizione dell'alto
Ottenuta con i pistoni di corrente d'aria. (Indicare
la maniera di "preparare" questi pistoni). Poi "collocarli" per un certo periodo di tempo, (da 2 a 3 mesi) e permettere che
lascino la loro impronta intanto che tre reti attraverso le quali
passano gli ordini dell'impiccato femmina (ordini il cui alfabeto
e i termini sono regolati dall'orientazione delle 3 reti) (una specie
di tripla "griglia" attraverso la quale la via lattea sostiene
e conduce i detti ordini).
Poi toglierli in modo che non resti altro che la
loro impronta rigida cioè la forma che permette tutte le
combinazioni di lettere mandate attraverso la suddetta forma tripla,
ordini, autorizzazioni, ecc. che devono andare a raggiungere i tiri
e lo spruzzo. |
Questa nota contiene per me una quantità di suggestioni,
che risuonano così profondamente col mio modo di vedere le cose, che mi
è molto difficile tenere distinte le proiezioni della mia immaginazione
da ciò che effettivamente la nota presenta. Comunque, considerando il
peculiare linguaggio adottato da Duchamp nelle note della Scatola Verde, l'analisi è sempre esposta (credo deliberatamente, da parte
di Duchamp) ad un ampio margine di arbitrio interpretativo.
Venendo allo specifico della nota, cominciamo ad osservare
che attraverso le reti passano gli ordini della Sposa: nel sistema
del Grande Vetro la Sposa è regina. Uno dei suoi apparati essenziali
è chiamato da Duchamp la Vespa, e l'idea di una Vespa-regina mi
fa pensare all'organizzazione sociale degli imenotteri (insetti come le
api, le formiche o, appunto, le vespe). Al vertice della loro complessa
organizzazione sistemica c'è la regina. Essa, oltre ad assolvere all'importante
funzione riproduttiva, regola molte funzioni vitali della comunità emettendo
varie sostanze chimiche (ad esempio, una nuova sciamatura delle api è
indotta quando viene raggiunta una certa concentrazione di un particolare
ormone prodotto dalla regina). Di fatto, dal punto di vista di un osservatore
esterno al sistema, queste emissioni chimiche possono essere descritte
come ordini. La Via Lattea rappresentata alla sommità del Vetro
ha in effetti le parvenze di una rappresentazione entomologica (come una
grossa larva, o come l'addome molle e rigonfio di uova della regina).
Ed una innegabile suggestione entomologica emana anche dalla descrizione
dell'apparato Vespa, con le sue secrezioni, la materia filamentosa,
il meccanismo di ventilazione (proprio come il un alveare). Insomma,
la prima suggestione è quella di vedere rappresentata una società di insetti:
alla sommità della rappresentazione giace la regina, alla base c'è la
macchinosa e complessa laboriosità delle caste subalterne.
(Una piccola digressione. Queste considerazioni per
così dire entomologiche consentono di fornire un significato aggiuntivo
al gioco di parole di Duchamp: A Guest + A Host = A Ghost (Fig.
31), già
ampiamente analizzato da Gould. Diverse specie di vespe depongono
le loro uova nelle immediate vicinanze di un bruco, o addirittura al suo
interno, precedentemente paralizzato con una puntura; alla schiusa, le
larve potranno nutrirsi di carne fresca, avendo la precauzione di banchettare
a partire dagli organi non vitali. Nello studio del parassitismo, l'organismo
parassitato, qui il bruco, è detto Host; se poi indichiamo poi con Guest
la larva parassita, la parola Ghost illustra perfettamente la fine del
povero Host).
Ora, dobbiamo sottolineare un piccolo ma significativo
dettaglio. Nel Grande Vetro la Vespa è solo uno degli apparati
della Sposa, mentre io ne ho parlato come se fosse la Sposa stessa. Questa
identificazione fra una parte (l'apparato della Sposa) e il tutto (la
Sposa stessa) è autorizzata da Duchamp stesso, come vedremo meglio oltre,
perché è la stessa relazione, apertamente dichiarata da Duchamp, fra la
sposa (parte) e il Grande Vetro (tutto): così, l'identificazione tutto-parte (Vetro-Sposa) viene
ripetuta (ancora una volta) su scala inferiore (Sposa-Vespa). Inoltre,
l'identificazione Sposa-Vespa è coerente col ritratto psichico della sposa
stessa fatto da Schwarz. Egli ricorda anche un incubo che ebbe Duchamp
mentre terminava il dipinto della Sposa a Monaco: la Sposa divenne un
gigantesco insetto che lo torturava atrocemente (147).
| Click to enlarge |
|
| Figure 31 |
| Marcel Duchamp,
A Guest + A Host = A Ghost, 1953 |
La seconda suggestione rimanda alle schede perforate delle
macchine industriali o di certi organetti musicali che circolavano per
le vie delle città in quegli anni: scheda perforata significa ordine codificato;
dunque, la regina emana i suoi ordini disponendo particolari combinazioni
dei fori delle diverse reti-schede peforate.
Le 3 reti sono collocate per 2 o 3 mesi in loco,
in modo che possano spontaneamente e plasticamente conformarsi al fluire
degli ordini della sposa; si verrà in tal modo a strutturare automaticamente
quel codice idoneo a veicolare gli ordini della Sposa; esso sarà basato
sul sistema delle mutue posizioni delle tre reti; tale codice rimarrà
poi stabilmente impresso nel sistema attraverso la loro impronta.
Duchamp prevede quindi una prolungata esposizione delle
reti ad eventi stocastici, che finiscono per strutturare e modellare il
loro stesso codice. Biologicamente parlando, tutto questo evoca l'idea
di un processo di adattamento selettivo in atto. Esattamente come quello
che ha condotto all'evoluzione di un efficiente sistema biochimico di
autoregolazione di un formicaio, o di un alveare, o infine di un nido
di vespe.
Un'ultima suggestione che questa nota esercita su di me,
strettamente connessa alla precedente, è di tipo matematico, e riguarda
il comportamento delle reti neurali. Gurney
le definisce così:
| "Una rete neurale è un assemblaggio
di semplici elementi di calcolo, unità o nodi, la cui funzionalità
è liberamente ispirata da quella del neurone animale. L'abilità di
calcolo della rete è immagazzinata nella forza, o peso, delle connessioni
fra le unità, ottenuta con un processo di adattamento a, o di apprendimento
da, un insieme di schemi di addestramento." |
In altre parole, le reti neurali sono formalismi matematici
che simulano il connessionismo e l'attività neuronale. Sono costituite
da variabili numeriche interconnesse in una struttura a rete, e sono ricorsivamente
ricalcolate, in modo da ottimizzare, in un continuo processo per tentativi
ed errori, le prestazioni della rete stessa, in base all'obiettivo per
cui è stata progettata.
Quindi le reti neurali vengono così a modellarsi, in un
processo talvolta molto simile a quello evolutivo, in base all'obiettivo
di volta in volta prefissato come scopo. Così, le reti neurali manifestano
lo stesso tipo di organizzazione evidenziato nel processo evolutivo. Questo
è il modo in attraverso cui le reti neurali apprendono: si tratta
di un processo di autorganizzazione interna attraverso cicli ricorsivi.
Innegabilmente, tutto ciò è molto simile a quanto immaginato
da Duchamp per le tre reti della Via Lattea.
E' ora necessario precisare che ai tempi di Duchamp non
esisteva la biochimica (tantomeno quella applicata allo studio del funzionamento
di un alveare); ed è pure scontato che non esistevano le reti neurali
(e meno che mai le cosiddette reti multistrato, come dovremmo qualificare quelle di Duchamp); quindi non intendo
ipotizzare che Duchamp potesse essere influenzato dalla conoscenza di
simili nozioni, né tantomeno che egli intendesse col Grande Vetro
creare una metafora di un sistema complesso (come una società di insetti
o come una rete neurale). Né intendo infine sostenere che la sua intuizione
abbia in qualche modo precorso nello specifico quei risultati
scientifici futuri. Più semplicemente, la mia idea è che concetti come
quelli di ricorsione, autoreferenzialità, feedback circolare (e così via)
sono così strettamente connessi fra loro e al concetto di autorganizzazione
che, in un modo o nell'altro, quest'ultimo aspetto doveva trovare il modo
di esprimersi, anche se in una forma implicita, come quella evidenziata
qui.
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| Figure 32 |
| Photograph
of Duchamp's
Dust Breeding by Man Ray, 1920 |
Un ulteriore chiarimento è necessario. Anche nella
realizzazione dei Setacci del Grande Vetro Duchamp progettò un altro sistema stocastico, e realmente lo
pose in atto, esponendo il Vetro alla polvere per circa 4 mesi. La celebre foto di un dettaglio del
Grande Vetro coperto di polvere, titolata Allevamento di polvere
(Fig. 32), eseguita da
Man Ray nel 1920, documenta il risultato. Tuttavia questo esempio (per
quanto importante) non riguarda l'aspetto dell'autorganizzazione suggerito
sopra: qui abbiamo una pura casualità che ciecamente produce un risultato,
sicuramente interessante, ma senza una specifica organizzazione; là invece
avevamo la stessa casualità che invece produceva organizzazione (la creazione
del codice); in altre parole, e parlando in termini di entropia, qui abbiamo
un'entropia che aumenta, là avevamo una riduzione.
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Topologia di Marcel
4a. Ricetta per Bottiglie
Leggiamo in una nota della Scatola Verde:
| |
E al contrario:
L'asse verticale considerato isolatamente ruotante su se stesso,
per esempio una generatrice ad angolo retto determinerà sempre un
cerchio in tutti e due i casi: 1° girando nella direzione A; 2°,
direzione B.
Dunque, se era ancora possibile, nel caso di asse
verticale in riposo, considerare 2 direzioni contrarie per la generatrice G, la figura generata, (qualsiasi
sia), non può più essere chiamata destra o sinistra dell'asse.
A mano a mano che c'è meno differenza da asse ad
asse c o d, cioè a mano a mano che tutti gli assi spariscono in
grigio di verticalità, il davanti e il dietro, il dritto ed il rovescio
prendono un significato circolare: la destra e la sinistra che sono
i 4 bracci del davanti e del dietro si riassorbono lungo
le verticali.
L'interno e l'esterno(per esteso 4) possono ricevere
una simile identificazione, ma l'asse non è più verticale e non ha
più l'apparenza unidimensionale. |
Sebbene la nota sia un po' oscura, e come sempre la sua
lettura sia ardua, è possibile ipotizzare un modello interpretativo coerente
con le parti principali di questa nota, modello che trova per di più una
coerenza anche con alcune fondamentali opere di Duchamp.
Cominciamo ad immaginare un semplice rettangolo.
Se tracciamo un asse verticale che lo attraversi, rispetto tale asse ha
senso distinguere una parte destra ed una parte sinistra della figura.
Ora, se siamo in uno spazio 3D, e con un movimento circolare chiudiamo
il rettangolo a formare un cilindro (Fig.
33A) non ha più senso parlare di destra o di
sinistra rispetto l'asse precedentemente tracciato, perché qualunque punto
del cilindro può essere raggiunto sia girando verso destra che verso sinistra.
 |
| Fig. 33A |
Se vogliamo utilizzare il rettangolo per rappresentare
il cilindro nel piano 2D, dobbiamo accordarci sulla semplice convenzione
che i due lati verticali del rettangolo rappresentano la stessa linea
del cilindro. Così, se noi camminassimo sul rettangolo come se fossimo
sul cilindro, quando uscissimo da lato sinistro potremmo continuare rientrando
da quello destro, e viceversa, come mostrano le Fig.
33B e 33C.
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| Fig. 33B |
Fig. 33C |
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| Figure 34 |
| Marcel Duchamp,
Door: II, rue Larrey, 1927 |
Duchamp applica questa idea nella suggestiva Porta:
II, rue Larrey del 1927 (Fig. 34)
che quando chiudeva l'ambiente di destra apriva quello
di sinistra, e viceversa.
Dunque, con una semplice chiusura circolare passiamo
dal rettangolo al cilindro, perdendo così la distinzione fra destra e
sinistra. Ora, ripetendo la stessa operazione di chiusura circolare partendo
dal cilindro, otteniamo una forma geometrica a ciambella che in topologia
si chiama toro (Fig. 35A).
Con questa operazione perdiamo anche la distinzione fra alto e basso.
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| Fig. 35A |
Come prima, se usiamo il rettangolo per rappresentare
il toro in uno spazio 2D, dobbiamo accordarci su una seconda semplice
convenzione, analoga alla prima: i due lati orizzontali del rettangolo
rappresentano una stessa linea circolare del toro, e se camminassimo sul
rettangolo come se fossimo sul toro, quando uscissimo dal lato superiore
potremmo continuare rientrando da quello inferiore, e viceversa, come
mostrano le Fig. 35B e 35C.
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Ed ora, l'ultimo passo. Riferiamoci ancora ad un rettangolo
nello spazio 2D, manteniamo le due regole per l'uscita e il rientro dai
lati orizzontali e verticali della figura, e introduciamo una piccola
ma importante alterazione della seconda: quando usciamo dal lato superiore
possiamo rientrare dal basso, ma scambiando destra e sinistra,
e viceversa, (Fig. 36B e 36C).
E' facile verificare che quando passiamo dal cilindro
al toro non abbiamo questo scambio fra destra e sinistra. Vediamo in
Fig. 35A i bordi del toro
prima della chiusura: percorriamo le due circonferenze con lo stesso orientamento
(orario o antiorario in entrambi i casi).
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| Fig. 35A |
Dunque il toro non si accorda col nuovo scambio della
seconda regola. Per ottenere l'effetto desiderato, occorre che il cilindro
penetri se stesso (con una autointersezione) prima di chiudersi, come
illustrato in Fig. 36A.
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| Fig. 36A |
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| Animation A1 |
| The formation
of the Klein Bottle |
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| Animation A2 |
| The Klein
Bottle |
La nuova strana figura è chiamata Bottiglia di Klein
(dal matematico Klein). L'animazione A1
aiuta a visualizzare la formazione della bottiglia
a partire da un semplice rettangolo per mezzo di due chiusure circolari
simultanee. (En passant: dobbiamo ammettere che la superficie kleiniana sarebbe un ottimo
posto su cui disegnare una sega suicida!)
Questo oggetto ha molte strane proprietà topologiche,
fra cui citiamo la più importante per il presente contesto: mentre il
toro ha due facce (interna ed esterna) la bottiglia di Klein ha solo una
faccia, perché con questa figura noi perdiamo la distinzione fra interno
ed esterno, come possiamo facilmente verificare con un piccolo sforzo
di immaginazione, con una esplorazione mentale dell'oggetto. L'animazione
A2 può servire allo scopo. Tutto ciò si accorda
con l'affermazione : "L'interno e l'esterno (per esteso 4) possono
ricevere una simile identificazione". Una domanda interessante: il
suggerimento di Duchamp ad uno spazio 4D in questa nota ha forse una corrispondenza
col fatto noto che in uno spazio 4D potremmo realizzare una bottiglia
di Klein senza superfici che si intersecano? La necessità della quarta
dimensione per la costruzione della bottiglia di Klein senza aoutopenetrazioni
è chiaramente e intuitivamente mostrato in modo non tecnico da Rosen
(1997) con alcune importanti implicazioni filosofiche.
Infine, possiamo ipotizzare un possibile significato della
chiusa della enigmatica nota, riguardo al fatto che l'asse "non è più verticale e non ha più l'apparenza unidimensionale": se guardiamo
agli assi come alle linee lungo le quali chiudiamo due volte il rettangolo
(la prima per passare al cilindro, e la seconda per passare alla bottiglia
di Klein) non abbiamo più un asse, ma due, e così non abbiamo più unidimensionalità.
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| Animation A3 |
| Moebius band |
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| Animation A4 |
| Two Moebius bands forming a kleinian
bottle |
Nella costruzione di una bottiglia di Klein, ho mostrato che per ottenere
il necessario scambio destra-sinistra nella seconda saldatura occorre effettuare
una autopenetrazione. Si può tuttavia ottenere un simile scambio tagliando
un cilindro e richiudendo la superficie dopo una torsione a 180°, come mostra
l'animazione A3. Se ne origina una figura
topologica chiamata Anello di Moebius; questa strana figura ha una singola
faccia ed un singolo bordo. Dalla congiunzione di due anelli di Moebius
lungo il loro unico bordo, otteniamo una bottiglia di Klein, come l'animazione
A4 può aiutare a visualizzare.
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| Figure 37 |
| Marcel Duchamp,
Sculpture for Traveling, 1918 |
Nella realizzazione di Traveller's sculpture
del 1918 (Fig. 37),
Duchamp sembra utilizzare una tecnica che richiama abbastanza da vicino
le operazioni descritte sopra. E' noto che incollò fra loro diverse strisce
di gomma colorata irregolari, tagliate da cuffie da bagno. L'oggetto originale
è andata perso e quindi occorre riferirsi alle storiche fotografie ed
alla descrizione che Duchamp stesso ne fece.Nelle fotografie storiche
sembra di intravedere con qualche difficoltà sia autopenetrazioni che
torsioni; la descrizione dell'opera che Duchamp fece a Jean Crotti (Effemeridi,
8 luglio 1918) parla di strisce di gomma "incollate assieme, ma non
piatte" (corsivo mio); penso che alludesse proprio a qualche torsione
(come quella necessaria per l'anello di Moebius) prima dell'incollatura.
Dalla stessa fonte apprendiamo che Duchamp considerava la Scultura da viaggio più interessante della pittura Tu m'.
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4b. Bottiglia in Arte in Bottiglia
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| Figure 38 |
Figure 39 |
| Marcel Duchamp,
50 c.c. of Paris Air, 1918 |
Marcel Duchamp,
Pulled at Four Pins, 1915 |
Jean
Clair (2000) afferma che Duchamp sicuramente conosceva la bottiglia
di Klein e le sue importanti proprietà topologiche, ed indica nella nota
precedentemente analizzata un possibile riferimento ad essa. Inoltre ipotizza
che l'ampolla dell'Air de Paris del 1919 (Fig.
38) possa riferirsi ad essa (sia iconograficamente
che per i problemi che essa pone). Io credo che questa osservazione mantenga
la sua validità anche per altre opere di Duchamp. Come
primo ulteriore esempio pensiamo al readymade Tirato a lucido
del 1915 (Fig. 39),
una semplice cappa di camino. Nel disegno del 1964 che ne fece Duchamp,
nella parte alta della forma vediamo una curvatura che ricorda quella
della ampolla citata; per di più dobbiamo pensare che la cappa di camino
serve per aiutare la circolazione convettiva dell'aria fra interno ed
esterno.
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| Figure 40 |
| Marcel Duchamp,
Fountain, 1917/1964 |
Consideriamo ora la famosa Fontana del 1917
(Fig. 40). A me pare che
essa possa essere vista come una sezione trasversale della bottiglia di
Klein. Il collo per la connessione col tubo dell'acqua (in primo piano
nella fotografia) sarebbe l'equivalente del collo della bottiglia di Klein,
che poi rituffandosi nel proprio ventre (qui la parte sezionata) andrebbe
a ricongiungersi con i fori di scarico dell'orinatoio (corrispondenti
al fondo introflesso della bottiglia di Klein).
Di fatto la doppia funzione come fontana (dispositivo erogatore,
orientato all'esterno) e come orinatoio (dispositivo per raccogliere,
orientato all'interno) sembra una prima conferma di questa lettura.
Spesso si è affermato che la firma R. Mutt (vale a dire
Mutt. R., ovvero Mutt Er) starebbe per Madre (Mutter in
tedesco). Ciò annetterebbe nuovo senso all'associazione fra la Fontana e la Bottiglia di Klein. Infatti la Madre è colei che potenzialmente
ha nel ventre la sua progenie; il suo grembo, cioè il suo interno, si
estroflette esternamente attraverso la sua progenie, che a sua volta contiene
progenie al proprio interno, che presto verrà estroflessa…. Nel presente
di una donna è contenuto il suo futuro; in questa contemporaneità di presente
(interno) e futuro (esterno) che si esprime in una sorta di estroflessione
temporale, è possibile cogliere una analogia con le proprietà della bottiglia
di Klein.
Se accettiamo questo punto di vista, allora possiamo anche
comprendere la criptica nota della Scatola Verde:
| |
Non si ha che: per femmina il pisciatoio e se ne vive. |
Queste considerazioni proiettano a loro volta nuovo
senso sul ready-made Ritratto di Famiglia. Abbiamo già ricordato
che Clair ravvede nella sagoma ritagliata le parvenze della Fontana.
Questo confronto è in effetti coerente con le osservazioni fatte sopra.
Di fatto la Madre (con l'ultima nata) sta al vertice della composizione.
L'esclusione della prole maschile evidenzia la continuità della linea femminile
della discendenza. Il maschio è solo un accessorio riproduttivo: il padre
è infatti in una posizione periferica. Perché allora la presenza del giovane
Marcel in posizione centrale? La teoria della pulsione di Marcel per la
sorella potrebbe essere una possibile spiegazione, ma io penso che il ruolo
di Marcel sia semplicemente quello di un osservatore. Infine
voglio ricordare che la sagoma della Fontana è talvolta vista
come un simbolo del Buddha. Se così fosse, e se volessimo mantenere l'analogia
kleiniana, la mia opinione è che non dovremmo pensare all'immagine del
Buddha seduto in posizione eretta, ma a quella in cui egli appare completamente
ripiegato su se stesso, sprofondato in quella meditazione interiore che
dischiude le porte alla contemplazione dell'universo. Nel saggio citato
sopra, Rosen
suggerisce che
| |
"la "quarta dimensione" necessaria per
completare la formazione della bottiglia di Klein implica la dimensione
interiore dell'essere umano; non è solo un'altra arena per la riflessione,
qualcosa che ci si pone davanti; piuttosto è ripiegata dentro di noi,
implicando le profondità preriflessive della nostra soggettività". |
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| Figure 41 |
| Marcel Duchamp,
Boîte-Series G, 1968 |
Duchamp più volte afferma che tre particolari ready-made
sintetizzano il mondo del Grande Vetro, e nella Boite-en-valise (Fig. 41) essi
affiancano verticalmente la riproduzione dell'opus maior. Si tratta
(procedendo dall'alto) di: 1. Air de Paris, (collocata all'altezza
della Sposa), 2. Pieghevole da viaggio del 1916 (la fodera di
di una macchina da scrivere Underwood) posto all'altezza dell'orizzonte,
in corrispondenza al vestito della Sposa; 3. Fontana, posta all'altezza dell'apparecchio scapolo.
Non desidero qui fare una nuova esegesi di queste associazioni
fra i tre readymades e le corrispondenti parti del grande vetro: personalmente
trovo quella di Shearer, 1997, perfettamente convincente. Voglio invece
sottolineare che sia alla sommità che alla base di questa colonna di ready-made
stanno due oggetti riconducibili alla topologia della bottiglia di Klein
(con qualche forzatura anche il ready-made intermedio potrebbe essere
ricondotto alle tematiche topologiche degli altri due: infatti la copertura
allude ad un ben delimitato spazio interno, che tuttavia, a causa della
mancanza del fondo, non ha una ben definita distinzione rispetto all'esterno,
proprio come nello strano prisma di Tu m'; inoltre l'oggetto è fatto di gomma, quindi e soggetto alle deformazioni
continue della geometria di gomma, come i matematici chiamano
la topologia).
Questa circostanza suggerisce di riconsiderare attentamente
le immagini della Sposa, la sua storia iconografica (i disegni e i dipinti
del 1912, sul soggetto della Vergine e della Sposa), nonché la rappresentazione
degli scapoli.
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| Figure 42 |
| Marcel Duchamp,
The Bride, 1912 |
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| Figure 43 |
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Marcel Duchamp,
Sketch of the Wasp apparatus, Green Box, 1934 |
In effetti, soprattutto la Sposa
(Fig. 42), e particolarmente
nel dipinto del 1912, è caratterizzata da una topologia quantomeno ardua.
Possiamo osservare un intrico di tubi o vasi, connessi da aste e stantuffi
che attraversando diaframmi si riversano in tasche, si gonfiano in ampolle,
si estroflettono in sacche, per poi defluire in canali. E' poi interessante
notare che nessuna delle parti di questa composizione inizia e termina
chiaramente da qualche parte. In particolare nella Scatola Verde
troviamo uno schizzo, completo di didascalie, che rappresenta l'apparato
Vespa (Fig. 43): è una sorta di
cono, penetrato da un cilindro che lo percorre internamente ed alla sommità
fuoriesce dal cono, pur rimanendone incapsulato in una specie di nicchia.
E' difficile vedere in questi intrichi delle strutture
che ricalchino alla lettera quella della bottiglia di Klein, ma sicuramente
l'ambiguità di questo ibrido fra l'organismo dissezionato ed il motore
meccanico suggerisce una topologia contorta senza chiara distinzione fra
dentro e fuori, con le sue labirintiche autopenetrazioni ed il suo complesso
sistema circuitale. Del resto anche le note che descrivono l'incredibile
anatomia della Sposa condividono la stessa caratteristica di labirintica
e circolare impenetrabilità (da questo punto di vista possiamo cogliere
una sottile continuità fra il dipinto della sposa e la successiva Scultura
da viaggio).
Anche nel caso della Sposa, come nei precedenti,
l'analogia con la bottiglia di Klein può essere importante nella misura
in cui si accorda coi significati comunemente accettati dell'opera o,
ancora meglio, se può essere portatrice di nuovo senso. Ora, la contorta
topologia della Sposa rispecchia la fondamentale caratteristica di chiusura
sua e dell'intero Vetro: sia la Sposa che anche l'apparecchio
Scapolo sono macchine autoreferenziali totalmente chiuse su se stesse;
i cicli della loro attività sono di fatto drammaticamente rivolti a se
stessi, come lo stesso Duchamp esplicitamente avverte in una nota della
Scatola Verde:
| |
--Vita lenta --
--Circolo vizioso --
--Onanismo- |
Così, lo schema di funzionamento del Grande Vetro è un
grande percorso chiuso, un labirintico circuito anulare.
In particolare vi è un aspetto della Sposa, descritto in
una nota della Scatola Verde, che esplicitamente ci riconduce
alle tematiche della Madre discussi sopra. Duchamp dice:
"La Sposa è alla base un motore. Ma prima di essere
un motore che trasmette la sua timida potenza -- essa è la potenza-timida
stessa."
Qui Duchamp propone nuovamente l'idea della Sposa che è
contemporaneamente sia uovo (potenza timida) che veicolo per perpetrare
l'eternità dell'uovo (motore che trasmette potenza timida), cioè Madre.
Duchamp ha ribadito più volte anche con diverse parole
questo importante concetto, per esempio dicendo che la Sposa è parte del
Vetro, ma contemporaneamente è il Vetro stesso. Questa
paradossale identità fra parte e tutto (che abbiamo già osservato a proposito
della Vespa della Sposa) corrispondente perfettamente alla paradossale
identità fra dentro e fuori delle forme kleiniane di Duchamp
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4c. La macchina autopoietica
Il tema del circolo chiuso autoreferenziale connesso al
tema della autocreazione ha senza dubbio suggestive e affascinanti analogie
con la macchina autopoietica di Maturana e Varela:
| "Una macchina autopoietica è una macchina organizzata
(definita come un unità) come una rete di processi di produzione (trasformazione
e distruzione) di componenti che produce le componenti che (i) attraverso
le loro interazioni e trasformazioni continuamente rigenerano e realizzano
la rete di processi (relazioni) che li ha prodotti; e (ii) la costituiscono
(la macchina) come una concreta unità nello spazio in cui esse (le
componenti) esistono specificando il dominio topologico delle sue
realizzazioni come una tale rete" (Maturana e Varela 78-79). |
Questa definizione abbastanza difficile necessita almeno
di qualche breve spiegazione.
La macchina autopoietica descritta dai due autori, in quanto
sistema, è composta di parti (o unità) e relazioni fra le parti. Parti
e relazioni costituiscono la struttura del sistema, e sono descritte da
un osservatore (un essere umano) che può operare distinzioni e specificare
ciò che distingue come unità e relazioni. Egli nota che in tale macchina
le parti e le relazioni producono il mantenimento e la continua rigenerazione
delle parti e delle reciproche relazioni stesse.
Una macchina autopoietica è caratterizzata da chiusura
operazionale: chiusura non significa che il sistema autopoietico sia
chiuso (cioè che non abbia scambi di energia e materia con l'esterno)
ma che i comportamenti del sistema nell'interazione con l'esterno sono
totalmente autoreferenziali; ovvero, la risposta di un sistema agli input
esterni dipende esclusivamente dallo stato interno del sistema stesso e non dagli input esterni.
Esprimiamo questi fatti dicendo che un sistema autopoietico è strutturalmente
determinato. In altre parole un sistema chiuso operazionalmente, risponde
a una perturbazione del suo equilibrio riorganizzandosi in modo da porsi
in un nuovo possibile stato stabile di coerenza interna, compatibile col
proprio mantenimento e col nuovo contesto prodotto dalla perturbazione.
Il comportamento di un tale sistema è perciò definito autocomportamento.
Secondo questa teoria, la ricorsiva interazione fra
due sistemi fa sì che essi co-evolvano plasticamente rimodellando i propri
stati di coerenza interna, in modo da creare un nuovo stato di reciproca
coerenza. Questo processo si chiama accoppiamento strutturale.
Nella visione di Maturana e Varela il processo della cognizione è caratterizzato
dai medesimi assunti. Varela (1985) ne specifica schematicamente le caratteristiche,
mettendo i sistemi autonomi (cioè i sistemi dotati di chiusura
operazionale) in opposizione a quelli eteronomi della concezione
tradizionale:
| |
- logica di fondo: coerenza interna (vs.
corrispondenza);
-il tipo di organizzazione: chiusura operazionale ed autocomportamenti
(vs. input/output);
- il modo di interazione: produzione di un mondo (vs. interazione
istruttiva, rappresentazione). (155) |
Dopo questa presentazione necessariamente breve del concetto
di macchina autopoietica, riassumiamo quegli aspetti che sono più interessanti
dal punto di vista delle argomentazioni di questo articolo.
Un sistema autopoietico è caratterizzato da alcuni principali
ingredienti: autoreferenzialità, ricorsione, chiusura, circolarità, capacità
di autocreazione, autorganizzazione, autocomportamenti, autoproduzione
di senso. Abbiamo visto sopra che questi ingredienti sono ampiamente diffusi
nell'opera di Duchamp, anche se spesso in una forma embrionale. Inoltre
consideriamo ora che la bottiglia di Klein, che abbiamo riconosciuto in
diverse opere di Duchamp, è talvolta usata per simbolizzare i sistemi
autopoietici a causa della sua autopenetrazione circolare: vedi ad esempio Palmer (2000), che ha anche sottolineato come la bottiglia illustra perfettamente
quella particolare relazione fra parti e tutto che abbiamo osservato precedentemente.
Così la nozione di sistema autopoietico permette di guardare
all'opera di Duchamp ed al Grande Vetro in particolare secondo
una prospettiva del tutto inedita:
il Grande Vetro ci presenta le parti (o unità) di un sistema estremamente complesso;
le note della Scatola Verde prescrivono invece le relazioni fra
le parti del Vetro. Il Vetro e la Scatola costituiscono una struttura
di un sistema ermeticamente chiuso. L'ermeneuta-osservatore opera una
descrizione si questa struttura. La descrizione ha luogo in un contesto
di accoppiamento strutturale fra l'ermeneuta stesso ed il sistema Scatola-Vetro.
La cosa interessante in questa interazione è che le parti
del sistema osservato sembrano esibire la straordinaria capacità di riorganizzarsi
plasticamente in sempre nuovi stati di coerenza interna, proprio come
la mente dell'ermeneuta osservatore durante il processo cognitivo della
lettura del Grande Vetro. Ciò è probabilmente dovuto alla complessità (non banalità)
del sistema Vetro-Scatola.
In altri termini io guardo alla coppia Vetro-Scatola
come ad un sistema ermeticamente chiuso ed autoreferenziale, che nell'interazione
con l'ermeneuta sembra essere in grado di ricostruire e rimodellare se
stesso ricorsivamente, co-evolvendo col mondo dell'ermeneuta; questo reciproco
adattamento crea nuovi mondi, cioè produce nuovo senso, nuove ermeneutiche,
ed ermeneutiche di ermeneutiche. Mi piace leggere in questa prospettiva
le suggestive immagini di Madeleine
Gins (2000):
| |
D. drinks M. drinking B.--drinks-toasts.
( …)
Symbols that gaze back at . . . . . . .
Forests of gazing-back symbols- |
| |
[D. beve M. che beve B.-drinks-toasts
(…)
Simboli che guardano fisso indietro a . . . . . . .
Foreste di simboli che guardano fisso indietro--] |
La capacità infinita di produzione di senso (che abbiamo
già notato in piccolo negli esercizi linguistici dei giochi di parole di Duchamp) è
forse la vera grande opera alchemica realizzata con il Grande
Vetro.
Nella prospettiva della macchina autopoietica, paradossalmente,
proprio la chiusura impenetrabile del complesso sistema Vetro-Scatola
può dare conto non solo dell'incredibile numero delle sue ermeneutiche,
ma, sorprendentemente, anche del fatto che nessuna di esse può essere
esclusa dalle altre, e che tutte, sebbene differenti, sono mutuamente
compatibili, perché ciascuna di esse è effettivamente basata su uno dei
possibili stati stabili di coerenza interna del sistema.
Analoga osservazione ha fatto anche Clair, quando osservava
che nessuna delle ermeneutiche precedenti, da quella di Breton a quella
di Schwarz, contraddiceva la sua nuova lettura del Vetro in relazione
al romanzo di Pawlowsky Viaggio nel paese della quarta dimensione
(103). Questo è indubbiamente uno dei maggiori motivi di fascino del pensiero
e dell'opera di Duchamp, enigmatica e non finita, cioè capace di una infinita
(auto)produzione di senso.
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|
5. Conclusioni
E' possibile ravvisare nel corso delle vicende artistiche
della prima metà del 900 un percorso, non ancora esaurientemente esplorato:
quello della graduale emergenza di una nuova sensibilità, di una nuova
prospettiva di interpretazione del mondo, di un nuovo paradigma, che scientificamente
ha trovato completa espressione nelle cosiddette Scienze della complessità,
definitivamente affermate negli anni 70.
Col termine di Scienze della complessità, e seguendo Hedrich
(1999), intendo riferirmi
1) alla Teoria dei Sistemi Dinamici (TSD),
che descrive e caratterizza il comportamento di sistemi di equazioni differenziali
non lineari, e
2) agli ambiti applicativi che ammettono tali modelli
matematici come descrizione appropriata.
Hedrich classifica anche questi ambiti applicativi in base alla loro distanza
dal nucleo concettuale centrale della TSD:
a) nel primo guscio, immediatamente contiguo al nucleo
centrale della TSD, troviamo quei settori delle scienze empiriche che
si occupano direttamente dello studio, nei differenti contesti, dei fenomeni
dell'instabilità dinamica, del caos deterministico e della dipendenza sensibile dalle condizioni iniziali;
b) nel guscio successivo troviamo le teorie scientifiche
che riguardano modelli astratti di sistemi complessi, come gli automi cellulari, le reti neurali e la geometria frattale;
c) nell'ultimo guscio troviamo infine le teorie che secondo
diversi punti di vista si occupano dell'autorganizzazione, come la termodinamica
non lineare di Prigogine, la sinergetica di Haken, l'autorganizzazione
molecolare di Eigen, l'Autopoiesi di Maturana e Varela.
In precedenti articoli (Giunti 2001a, 2001b) ho precisato
il senso di questa ricerca, focalizzando l'attenzione su alcune delle
manifestazioni fenomeniche peculiari del comportamento di sistemi complessi;
numerosi artisti (con maggiore o minore consapevolezza) condividono una
particolare attenzione per queste manifestazioni e tendono ad esprimerle
nella loro opera; queste manifestazioni hanno a che fare con concetti
quali feedback circolare come meccanismo causale di base, ricorsività,
autoreferenzialità, autorganizzazione, frattali, topologie complesse,
instabilità dinamica, dipendenza sensibile dalle condizioni iniziali,
caos deterministico.
Questi aspetti sono così intrinsecamente legati l'uno all'altro
che quando si manifestano (magari solo a livello embrionale) la presenza
di uno implica quasi automaticamente la presenza di molti (o tutti) gli
altri.
La comune sensibilità per queste manifestazioni fenomeniche
dei sistemi complessi permette di stabilire legami profondi ed inattesi
fra artisti che altrimenti sembrerebbero abitare pianeti totalmente differenti,
come Duchamp, Klee od Escher.
Per quanto riguarda Duchamp, le mie considerazioni precedenti
si sono limitate ai gusci b) e c) della classificazione enunciata sopra.
Ciò non significa che non sia possibile stabilire significativi punti
di contatto fra il pensiero e l'opera di Duchamp e le teorie scientifiche
riferibili al guscio a). E' vero l'esatto contrario: soprattutto le idee
di instabilità dinamica e di dipendenza sensibile dalle condizioni iniziali
costituiscono l'aspetto più immediatamente evidente e di fatto il più
abbondantemente esplorato (si consideri ad esempio il Simposio di Harvard:
Il caso di Duchamp e Poincaré, 1999). In ogni caso, a mio giudizio,
un più dettagliato studio sul concetto di caos presso Duchamp
sarebbe necessario, perché talvolta è confuso dai commentatori con l'idea
di casualità (ovviamente presente in Duchamp) che però è un concetto differente,
anche se collegato a quello di caos.
Nel precedente paragrafo ho associato il Grande Vetro
(e più in generale l'opera di Duchamp) al concetto di autopoiesi. Si deve
considerare tale relazione per il suo giusto significato, cioè, appunto,
è una semplice associazione e non assolutamente una identità: non sostengo
che l'opera di Duchamp sia una macchina autopoietica; essa tuttavia
manifesta caratteristiche le quali possono essere ben descritte attraverso
alcuni aspetti della teoria di Maturana e Varela. In particolare voglio
sottolineare che questo accostamento non intende porsi come una
nuova ermeneutica sostitutiva di qualcuna o tutte le precedenti. Al contrario
desidero sostenere che questa prospettiva di lettura fornisce qualche
elemento per comprendere l'inesauribile ricchezza delle ermeneutiche possibili
e la loro compatibilità reciproca, sia per quelle passate e presenti,
sia per quelle che (sono sicuro) si aggiungeranno nel futuro.
Infine, per quanto mi riguarda, la sintesi di come vedo
io le cose, è nel titolo di questo articolo:
| |
R.
come Recursion (Ricorsione);
rO. S. (S. Or.) come
Self Organisation (Autorganizzazione);
E. come Eigenbehaviours
(Autocomportamenti);
Sel. come Self reference
(Autoreferenzialità);
A. come Autopoiesis
(Autopoiesi);
Vy come Life (Vita). |
| Ringraziamenti
Desidero esprimere il mio ringraziamento
a Gi, mia moglie, per i suoi suggerimenti. Voglio anche ringraziare
l'amico Paolo Mazzoldi per la consulenza entomologica e per la supervisione
per la correttezza della traduzione. Infine sono grato a Rhonda
Roland Shearer e Stephen Jay Gould per aver condiviso importanti
informazioni circa i Tre Rammendi Tipo, che mi hanno indotto
a modificare alcune affermazioni nel presente articolo. |
| Nota
Le citazioni delle note della Scatola
Verde sono tratte dalla traduzione pubblicata da Maurizio Calvesi
in Duchamp Invisibile. (313-348). |
Bibliographies
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©2002 Succession Marcel Duchamp, ARS, N.Y./ADAGP, Paris. All rights reserved.
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